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L’alternativa possibile all’amore

Ciò che di meglio ha fatto internet nel nostro mondo deriva dalle community. E la migliore e più incisiva community del nostro tempo è quella femminista.
Dobbiamo trovare una nuova parola per sostituire “femminismo”. Non va bene nemmeno femminismo 2.0 o femminismo transnazionale, non funziona movimento globale per i diritti delle donne e neppure femminismo globale. Non va bene perché non basta: oggi il femminismo è l’unico movimento realmente globale che porta avanti tematiche di equità e diritti, civili ed economici, al di là del genere e con responsabilità verso il futuro. Il femminismo globale è oggi, a tutti gli effetti, l’unica alternativa responsabile all’inumanità del capitalismo.

La parola ‘femminista’ si porta dietro un bagaglio negativo notevole: odi gli uomini, odi i reggiseni, pensi che le donne dovrebbero sempre essere ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei perennemente arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi il deodorante.

Quando la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ha tenuto il suo celebre discorso alla TedxEuston nel 2012 i confini di questo grande movimento globale erano delineati ma ancora magmatici. Ogni giorno di più, grazie anche alla rete ma soprattutto all’intelligenza di chi lì sopra si incontra, interagisce, dibatte, il femminismo globale si sta delineando non solo come l’unico movimento in grado di ridicolizzare la mitologia del maschio alfa, ma soprattutto in grado di costruire una narrazione alternativa al mondo così come ne conosciamo i limiti.
Non è solo questione di non essere più quelle femministe lì. Il problema è l’alternativa.
A distruggere sono bravi tutti. Ma qui si tratta di proporre un’alternativa migliore, di spiegarla, di farla immaginare a tutti. In altre parole: di instillare una nuova idea di mondo, di economia, di società. Non è tanto un nuovo femminismo, quanto la fine del maschilismo; e con lui la celebrazione del testosterone, della prepotenza, del bigottismo, della sopraffazione, dei soldi soldi soldi che tutto comprano, cose e persone.
Femminismo non va bene: umanismo globale, ecco quello che oggi nel mondo stiamo costruendo.

Dicevo: raccontare l’alternativa.
Un lavoro immenso: c’è da smontare preconcetti, schemi, consuetudini; poi bisogna ridicolizzare l’etichetta, far risuonare il vuoto di ruoli che nessuno, nemmeno chi li predica, vuol più interpretare.
Lo stanno facendo le autrici, più di chiunque altro. Perché le donne scrivono e faticano a essere pubblicate, ma intanto leggono di più, di tutto, con curiosità, con partecipazione; perché per loro è sempre tutto più difficile, perché ci sono cose importanti da dire alle donne affinché liberino figli e figlie presto, il prima possibile. Le conosco quasi tutte nel web, queste donne.
Spesso, perché ci ritroviamo a esprimere un’obiezione gemella alla stessa variazione del solito luogo comune.
È successo così con Nadia Nunzi, che con lo pseudonimo di Najaa ha scritto “Ti amo anima mia. Una storia di violenza”

test sulle intolleranze

[questo articolo è comparso sul blog del Corriere il 12 luglio 2016]

Ognuno di noi possiede pregiudizi e stereotipi. Perché la nostra mente è pigra, perché abbiamo bisogno di illuderci che possiamo controllare la complessa realtà in cui viviamo, perché non ci è umanamente possibile approfondire ogni argomento, perché ammettere i propri limiti è un esercizio di correttezza e umiltà niente affatto facile.
Gli stereotipi sono come delle foto sfocate: rappresentazioni sommarie della realtà che formuliamo nella nostra mente e che ci impediscono di cogliere e apprezzare dettagli e differenze individuali.
I pregiudizi, invece, sono giudizi negativi che abbiamo acquisito prima di conoscere la realtà, che si radicano in noi, che si conservano intatti e inattaccabili anche quando sono oggettivamente confutati.
Stereotipi e pregiudizi ci arrivano dall’ambiente in cui siamo nati e da quello in cui viviamo ogni giorno, reale e virtuale, dalla nostra cultura, dalle persone che frequentiamo, da persone che stimiamo, dalla nostra professionalità, dalle nostre paure e persino dalle nostre ambizioni.
Gli stereotipi spesso portano ai pregiudizi che, a loro volta, possono avere deviazioni quali l’odio, la discriminazione, la violenza.
Per questo è importante conoscerli e combatterli; partendo dai nostri.

Al link qui sotto potete vedere un’immagine pubblicata da un profilo pubblico di medicina legale su Instagram. Si tratta di un cuore colpito da un proiettile.
Guardatela non più di un minuto. Poi tornate su questo post.

>> IMMAGINE <<

Ora che l’avete vista, rispondete a queste domande. Almeno una risposta è corretta.

È un uomo bianco?
È nero?
È asiatico?
È musulmano?
È cattolico?
È vecchio?
È giovane?
È etero?
È gay?
Era solo?
È un suicidio?
È un omicidio?

Vi dò un indizio: la persona è stata giustiziata con un solo colpo di pistola al cuore.
È una vittima?
Se l’è meritato?
È uno spacciatore?
È un violento?
È un tossicodipendente?
È un delitto di mafia?
È italiano?
È europeo?
È alto?
È robusto?
È un poliziotto?
È moro?
È calvo?
È tatuato?
È obeso?
È muscoloso?
È una donna?
È incinta?
È stato il marito?

Per sapere la risposta, continuate a leggere il post.

Dopo la sera del dì di festa [il comunicato EWMD su Colonia]

Ricevo e condivido pienamente il comunicato che le donne aderenti a EWMD pubblicano in merito ai fatti di Colonia, che ancora oggi non si placano.
Per fortuna, oserei dire: perché combattere la violenza e l’imbecillità non significa sopravvivere a una notte di festa.

*

I gravi fatti di Colonia sono il sintomo di un disagio culturale e sociale che si canalizza e focalizza contro le donne, contro le loro libertà di muoversi e vivere come desiderano. L’azione coordinata e di massa a cui abbiamo assistito in Germania ad opera di immigrati e richiedenti asilo, mostra un malessere diffuso e un sentimento ostile forse comprensibile ma non tollerabile. Le delegazioni Italiane di EWMD European Women’s Management Development, International Network Condannano in modo inappellabile quanto accaduto e gli atteggiamenti di sottovalutazione che sono seguiti, spesso insultanti quanto i fatti dolosi. Sono consapevoli che c’è una cultura maschile a volte prepotente e violenta alla base delle aggressioni di donne a Colonia, la stessa cultura presente in piazza Tahir al Cairo e anche più vicina a noi quando si imputa ai comportamenti femminili, all’abbigliamento “disinvolto” l’insorgenza della violenza maschile. Non sottovalutano l’origine etnica degli aggressori ma auspicano che non venga utilizzata per nascondere le quotidiane violenze fisiche e/o sessuali che le donne subiscono nel nostro paese, in casa e al lavoro. Non accettano che la risposta a queste violenze collettive sia l’istituzione di no-go zones o codici comportamentali per le donne che ne limitino la libera espressione di sé. RITENGONO CHE debbano essere prese delle misure

la violenza di ogni giorno

Oggi è il 26 novembre.
Se anche rimane qualche eco della giornata di ieri, rapidamente si spegnerà entro mezzanotte. Siamo figlie di cenerentola, noi, e speriamo sempre che ai maltrattamenti succeda una qualsiasi forma di riscatto.
Ma la realtà è diversa dalle fiabe: le scarpette di cristallo sono importabili e una vita di soprusi e umiliazioni non fa di noi delle regine; e nemmeno delle martiri.
E’ giusto che esista una giornata in cui si pensa (e si parla) delle donne. Ma oggi io avrei voluto leggere di qualcos’altro.
Ad esempio, degli uomini. Di cui non si parla mai, come se fossero l’uomo nero, il lupo nel bosco, l’orco delle fiabe. Invece non sono mostri, ma persone che tutti i giorni vediamo. E di cui non conosciamo la reale natura, quella che lasciano libera di esprimersi nel privato.
Gli assassini delle donne sono uomini pieni di creatività. Lo potete leggere qui. Io pesco a caso:

Maurizio Ciccarelli, 49 anni, invalido con precedenti penali, era già stato denunciato per maltrattamenti dalla prima moglie. Strangola la seconda, condannato a 20 anni.

Massimo Gilardoni, 32 anni, imprenditore edile, sposato e in attesa di una figlia. Sgozza la vicina di casa che lo respinge.Condannato in primo grado a 16 anni, ridotti in appello a 14 e 6 mesi. Dopo 2 mesi di detenzione esce dal carcere ottenendo i domiciliari in una casa di cura. Tra indulto e altri sconti di pena è tornato completamente libero dopo neppure 10 anni dal delitto.

Salvatore Scaldone, 50 anni, operaio cantoniere. Spara alla moglie e dice di averlo fatto nel sonno.

Franco Manzato, 48 anni. Già condannato per il tentato omicidio della prima moglie, uccide la seconda a coltellate.

Roberto Spaccino, 39 anni, camionista. Massacra di botte fino ad uccidere la moglie incinta del terzo figlio. Carcere a vita.

Non datevi pena:

Occuparsi della violenza: non è facile, ma è giusto


Lo sapete già se siete su Facebook e avete amici coinvolti nei dibattiti sul genere, se siete iscritti alla mailing list della Consigliera di Parità della Provincia di Brescia, se frequentate blog che trattano il tema della violenza come Un altro genere di comunicazione, Rete delle donne o Se non ora quando, ne siete a conoscenza se simpatizzate per la Casa delle Donne onlus, se seguite su twitter le community che si battono per i diritti civili, se frequentate amicizie in cui il dibattito sui conflitti di genere è un tema appassionante che vale la pena sollevare perché include un largo ventaglio di diritti civili sempre più a rischio di essere cancellati.

Non ne sapete niente se siete una persona che si informa solo dalla televisione, se ascoltate stazioni radio pop dove i programmi di intrattenimento oggi lanciano temi come “saremo più o meno felici con l’ora legale”, se non avete alcuna socialità nel virtuale, se avete prenotato l’anteprima per il prossimo cinepanettone, se sentenziate ad alta voce e in pubblica piazza che Belen è una pessima madre (e che ve l’aspettavate anche prima), se liquidate le donne in prima linea affermando ad alta voce che perdono in femminilità, se dite con convinzione che gli uomini vengono da marte e le donne da venere, se ascoltate Giovanardi con sollievo pensando che c’è chi la pensa come voi, se vi siete sposati senza fare accordi prematrimoniali perché tanto l’amore sistema tutto, se siete uomini sicuri che ci sono lavori fatti solo per voi e se siete donne convinte che spetti a voi tenervi stretto il vostro uomo.

Ma se state leggendo questo post, allora adesso lo sapete anche voi: o ggi è il 28 ottobre e oggi anche a Brescia si svolgerà l’iniziativa POSTO OCCUPATO. Se vi interessa l’inchiesta, cliccate sul link e andrete al sito in cui ci sono notizie, fotografie e materiali di approfondimento. Se invece vi interessa partecipare, allora dovete fare così:

oggi occupate un posto.

L’orrore normale

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Sto conducendo in questi giorni un’inchiesta sugli uomini violenti che finiscono per trasformarsi in carcerieri, torturatori e addirittura assassini. Il pretesto è un caso VIP: quello di Pistorius, atleta di fama mondiale, uomo di grande ambizione e determinazione in grado di abbattere la barriera che separa sportivamente i sani dai mutilati, ma che nel privato era noto per essere un compagno violento e irascibile.
Nel condurre ricerche sul femminicidio, come al solito, mi sono imbattuta nel dipanarsi graduale della violenza. Il femminicidio è l’ultimo atto, quello in cui la protagonista muore. Ma prima c’è la sua lunga e dolorosa storia.
Io che per mestiere nella mia vita comunico, quando affronto questo tema mi sento in dovere ogni volta di richiamare quella che reputo la verità più dolorosa ma utile: la violenza è quotidiana e spesso invisibile, nascosta dalla banalità e dall’ordinarietà, da un aspetto mite, dall’ammonimento costante a non insinuare il dito o il dubbio sulle altrui relazioni.

Esiste un sito che si chiama In quanto donna.
Lo cura una donna, Emanuela Valente, che ha iniziato negli anni a raccogliere i nomi e i volti di chi ha ucciso (uomini) e di chi è stata uccisa (donne, spesso anche figlie).
Scorrendo i ritratti degli assassini la cosa più sconcertante è la loro normalità.
Sotto a facce che sono quelle di un padre, di un panettiere, di un postino, di un dottore ci sono didascalie raccapriccianti:
– Luigi Faccetti, 24 anni. Massacra con 14 coltellate la fidanzata, che si salva, e viene condannato a 8 anni. Dopo 10 mesi gli vengono concessi i domiciliari, fa sequestrare l’ex fidanzata e la uccide con 66 o 80 coltellate, di cui 20 al cuore. Condannato a 30 anni con rito abbreviato, pena confermata in appello il 31 gennaio 2013.
– Ruggero Jucker detto Poppy, 36 anni, rampollo della Milano bene, Re della zuppa. Fa a pezzi la fidanzata con un coltello da sushi e lancia i pezzi in giardino. Condannato a 30 anni in primo grado, pena patteggiata in appello e scesa a 16 poi ulteriormente ridotta a 13. Ha già usufruito di 720 giorni di libertà come permessi premio e avrebbe dovuto essere libero da giugno 2013, ma la scarcerazione è stata anticipata per buona condotta (13 febbraio 2013).
– Maurizio Iori, 49 anni, primario oculista. Accusato di aver avvelenato l’amante e la figlioletta di due anni, condannato all’ergastolo e 2 anni di isolamento diurno (Sentenza 18 gennaio 2013).
– Antonio Giannandrea, 18 anni, studente. Picchia, soffoca e sgozza la fidanzata con un coltello da cucina. Poi getta il corpo in un burrone e tenta di depistare le indagini. Chiesti 16 anni con rito abbreviato.


Dentro questo sito ci sono anche loro:
– Desiree Piovanelli, 14 anni, studentessa. Accoltellata e morta dissanguata dopo un’ora e mezzo di agonia, con i piedi legati con un nastro da pacchi, dal cosiddetto “branco di Leno”: 4 amici di infanzia, di cui solo uno maggiorenne.
– Patrizia Maccarini, 43 anni, operaia. Uccisa con una coltellata al cuore dall’ex fidanzato.
– Hina Saleem, 20 anni, lavorava in una pizzeria. Sgozzata e seppellita nell’orto dal padre, due cognati e uno zio.
– Francesca Alleruzzo, 44 anni, mamma di 4 figlie, maestra. Uccisa a fucilate dall’ex che ha ucciso anche il nuovo compagno di lei, Vito Macadino, e si è poi recato in casa dove ha ucciso una delle figlie, Chiara, 19 anni e il suo ragazzo Domenico Tortorici.
– Monia Del Pero, 19 anni. Strangolata, denudata, messa in un sacco della spazzatura e nascosta in una conduttura delle acque dall’ex fidanzato.
– Moira Squaratti, 26 anni, assistente in uno studio dentistico e volontaria Avis. Picchiata, strangolata e uccisa con 15 coltellate dal fidanzato.

Ieri in piazza abbiamo ballato anche per loro. Scacciando, con la gioia della danza, la terribile sensazione che l’anno che sta arrivando non sarà migliore di quello passato.
Ancora per troppe donne come noi.