io questo faccio nella vita: comunico.
lo faccio come lavoro da più di quindici anni.
ma per istinto, per indole, per necessità vitale lo faccio da che ho memoria.
comunico con tutto quello che posso. il mezzo è il linguaggio. lo strumento immediato e istintivo, la voce. quello più razionale e meditato, la parola scritta.
io scrivo, scrivo, scrivo sempre, comunque, dovunque.
se fossi un uomo, forse scriverei anche sulla sabbia. o sulle pareti.
in questi anni ho scritto di tutto, in ogni modo, per chiunque.
ho scritto per gli editori e per gli scrittori, per gli attori e per il loro pubblico, per i preti e per gli sposi. i biglietti d’auguri della mia famiglia li scrivo tutti io, tranne quelli che arrivano a me. ho scritto per far conoscere qualcosa o qualcuno e anche per nasconderlo. ho scritto per raccontare una storia; o perché la storia, così com’era accaduta, venisse dimenticata. ho scritto cose belle che hanno fatto del bene e mi hanno fatto diventare una persona migliore. ho scritto cose che ho dimenticato di aver scritto per non rischiare di invischiarmi troppo con il loro contenuto.
ho scritto perché dovevo e, fortunatamente, quasi sempre l’ho fatto volentieri, a volte addirittura con entusiasmo. di tutto ciò che ho scritto, conservo emozioni e ricordi piacevoli.
perché le parole scritte sono nate da comunicazioni che sono prima avvenute con i linguaggi della vita, quella d’istinto, quotidiana, dei piccoli momenti che diventano grandi nell’intimità della memoria e del ricordo ad anni di distanza.
io comunico perché sono viva. e sono viva solo se riesco a comunicare.
ascolto, parlo, racconto, sento, condivido, raccolgo e medito.
solo così ho il senso di esistere.
ma ci sono momenti in cui le parole non escono e mi rendo conto che ci sono cose che non so dire e che non riesco nemmeno a scrivere. e che c’è una parte di vita che mi sfugge. o che non riesco ad affrontare.
come quando mia figlia vede scorrere nell’indifferenza del flusso televisivo le immagini delle carestie in Somalia e in Corno d’Africa. e di fronte a quel fiume di sofferenza e di parole che per lei non hanno alcun significato vivo, ma che raccontano di morte vera, vicina, senza senso, mi chiede:

«mamma, i bimbi hanno fame. anche loro pappa. no? perché no?»

 

ci risiamo.
è tornata la moda di farsi infilare un tubo nel culo per vedere quanta merda ci siamo tenuti dentro. il nome tecnico è pulizia del colon o idro-colon-terapia. ma la verità è quella: c’è uno che ha sprecato anni a studiare medicina per poi ritrovarsi a sturare buchi di culo a sconosciuti che non hanno mai nemmeno letto La giuliva siringa di Piero Lorenzoni (Milano, 1969).
Habemus clysterium solitarium: questo l’inno di uomini e donne del XVII secolo, che ben sapevano che il clistere è un piacere che va consumato in religiosa solitudine o in complice compagnia.
ma la spedalizzazione ci attanaglia, almeno quanto l’ossessione della connettività costante.
mai come ora, due cose ci riempiono l’animo di meraviglia: quella cosa che sempre è tutta intorno a te e la materia umorale dentro di te. meglio è che Kant non possa più dire la sua in merito.

dopo ciò che è tutto intorno a noi, siamo ossessionati da ciò che abbiamo dentro di noi. ma molto dentro, là dove sarebbe bene non andare a ficcare il naso per ovvie e sensate ragioni. e invece ci si va, con la testa pesante e il portafogli un bel po’ più leggero.
perché andare a rimestare nella merda ci è familiare, rassicurante.
se poi a farlo è un medico, c’è anche una spiegazione scientifica.
in fondo, ogni mamma conosce benissimo l’impegno e la dedizione nel tener conto e analizzare con perizia archeologica le defecazioni delle proprie creature e offrirne report dettagliati e possibilmente corredati di reperti freschi al medico di fiducia.
e che anziano sarebbe quello che non passa la giornata a narrare il suo difficile quanto miracoloso rapporto col wc?
l’amore per la cacca dà sempre i suoi frutti.
ma diventa preoccupante quando questa pratica, di per sé assolutamente necessaria alla vita, si tramuta in qualcos’altro. ad esempio, nell’ossessione della purificazione, che dev’essere esterna come interna, nell’inutile e fallimentare tentativo di eliminare dal proprio corpo ogni traccia di umanità, ivi compresi i naturali effluvi del tenero intestino.
e il pericolo è lì, dietro l’angolo della clinica linda e pinta, tutta profumata di cloruro di follia.
è quella in cui ti sdrai e ti rilassi e uno con l’appeal di un medico open mind ti legge la cacca, raccontandoti che soffri di sindrome di abbandono, di turbe affettive, di un negativo rapporto con la tua prozia morta prima di rivelarti i suoi numeri al lotto, di disturbi dell’ego che ti fanno sentire superiore al tuo capo, di una sessualità che ti frustra perché non hai mai esplorato i meravigliosi sentieri dell’analità. e te li legge così, con leggerezza, tutti questi segreti. te li legge nella cacca, svelandoli al mondo, portandoli alla luce, come un archeologo che riporti alla luce lo scheletro dell’amante a fianco di quello della regina.
c’è un motivo per il quale la cacca rimane nascosta al mondo. e c’è un motivo per cui questo mistero insondabile non debba essere violato con dei sondini. attenti a voi, sciagurati! fatti non foste a guardar dentro i tubi, ma per usar clisteri e un po’ di decenza.

Ho letto su INternazionale un articolo vergognoso.
Così, ho scritto al suo direttore. Vi dirò se otterrò risposta.

.
Gentile Direttore,

da fedele abbonata, da attenta lettrice, da persona adulta, da madre, da donna e da cittadina le scrivo.
Con orrore crescente ho letto l’articolo contenuto nello scorso numero 924 firmato da Michael Specter e titolato “Resistenti al vaccino”.
Affermazioni come

diversi studi dimostrano che i vaccini contro il morbillo sono sicuri e non hanno nessun rapporto con l’autismo

mi turbano profondamente, soprattutto se presentati senza un contradditorio, senza una fonte di riferimento (dato che i dati della Food& Drug Adm. dimostrano esattamente il contrario) e gettati a fondamenta di una tesi più simile a una chiacchiera da bar che a una ricerca accurata. Su che criterio avete selezionato la fonte? Forse che il New Yorker vi sia stato sufficiente?

Gentile Direttore, a un leghista che le cita l’aggettivo “padano” nel marchio del Grana come fondamento socio-culturale dell’esistenza della Padania, cosa risponde?
Come le è dunque possibile con leggerezza permettere la pubblicazione di un articolo che accusa chi sceglie di non vaccinarsi un pericolo per la società, una mina vagante, un pessimo cittadino?
Ci sono stati anni in cui denunciare un vicino di casa di differente religione o colpevole di amare persone del suo stesso sesso era atto di patriottismo. O anche: è solo recente conquista il riconoscimento che la violenza sulla propria compagna sia una violenza alla persona, come tale perseguibile e non, com’è stato da sempre, una sorta di diritto naturale del maschio sulla donna di sua proprietà.
Negare i numeri delle vittime delle vaccinazioni di legge è negare la nostra storia civile, di cittadini e di utenti di una sanità (nazionale e mondiale) controllata -come tanti altri settori- da interessi economici prima che dalla tutela della salute pubblica. Affermare altresì che un virus dichiarato pandemico

potrebbe dissolversi, come pare sia avvenuto all’H1N1

poi, significa non curarsi di un macchina del terrore sanitario globale che include inutili quanto redditizie iperproduzioni farmaceutiche, razzismo alimentare e compattamento politico nazionale.

Gentile Direttore, mi piacerebbe presentarle mia nipote, una bimba adorabile, diventata autistica dopo una febbre da post-vaccinazione ordinaria anti-morbillo che le ha dato terribili effetti collaterali. O vorrei che fosse stato al mio fianco di fronte al mio pediatra, formatosi ai corsi di aggiornamento finanziati dalla grandi farmaceutiche, convinto sostenitore dei benefici del vaccino.
La ragione addotta più frequentemente alla sicurezza dei vaccini è che non hanno sintomi. Ma mi dica, gentile Direttore, quanto definerebbe sicuro un qualunque farmaco che le provocasse una reazione con febbre oltre i 40°?
Provi a segnalarlo al suo dottore. E provi a sentirsi dire che “è una reazione normale”, gentile Direttore, e che è lei ad avere qualcosa che non va.
Provi a recarsi all’ASL e chiedere vaccini singoli, non depotenziati al mercurio, a rifiutare l’esavalente e a chiedere di esercitare il proprio diritto -in qualità di cittadino italiano- al dissenso informato. La prego, gentile Direttore, provi.
Io l’ho fatto.
E le dico che non è facile. Che i luoghi comuni, come quelli propagandati da questo articolo superficiale e fazioso, sono così lenti da sradicare che occorre l’impegno in prima linea di tutti noi. E che di certo non aiuta nessuno un articolo fondato sul paragone tra croste secche di vacca vaiolosa e moderni ritrovati scientifici contro ogni tipo di virus; che esiste, che verrà e che, in ogni caso, sarà pubblicizzato a dovere per garantire un buon ritorno d’immagine e un profitto a molti, moltissimi zeri.
Il dissenso informato è una conquista di tutti i cittadini italiani, gentile Direttore, e non solo delle regioni da voi citate.
Ma il dissenso informato prevede che esista un’informazione approfondita sui rischi di ogni trattamento, anche se in altre epoche e su altri morbi ormai eradicati ha ottenuto validi risultati su larga scala.

Gentile Direttore, vorrei che lei tenesse impegno all’elevata qualità da sempre perseguita dal suo periodico, offrendo nei numeri a venire un approfondimento al discorso delle vaccinazioni, con cifre e indagini attendibili, in un contradditorio tra sostenitori e critici.
Lo deve ai suoi lettori e lo deve a me, madre di due figli con una rara malattia genetica per cui ogni stato febbrile diventa un pericolo dalle conseguenze imprevedibili.
Ha mai provato, gentile Direttore, a sentirsi definire “un pessimo padre” perché si rifiuta di sacrificare i suoi figli nel roveto ardente dei loghi comuni?

Con rispettoso affetto.

e così ieri sera sono andata a vedere il concerto di Ludovico Einaudi al Teatro Grande.
tuffo al cuore a rimetter piede in questo teatro. tanta nostalgia di quando era qui e solo qui che si faceva la prosa, e le compagnie che arrivavano erano stupite di non doversi micrifonare perché qui l’acustica è così perfetta che, a respirare troppo forte quando amleto ti ha ucciso, il pubblico capisce che bleffi e non sei morto.
e insomma, ieri sera concerto commovente. Ludovico Einaudi che sembra uscito da un cocktail con una parte di Seteve Jobs e due del maestro Teomondo Scrofalo. generosissimo, delicatissimo, intimissimo.
la sala sospesa sotto le sue dita. quando tocca i tasti è un’emozione, quando li lascia un dolore sottile.
in mezzo, pensieri che fluiscono nel piacere della musica e alla fine tanta pace. tre bis. una generosità come poche. dice tre parole dopo le prime due sequenze da Nightbook che gli costano una fatica immensa. per il resto, comunica solo con la musica.

 

che posto strano, il teatro.
soprattutto quando, come me, non sei mai stata ricca e l’hai sempre vissuto dai posti dei poveri. e dai piani alti, il teatro è il posto dove il grande genio incontra i massimi cafoni.
e la verità è che, anche quando cresci e provi a cambiar posto, è sempre così. e ieri sera ho ritrovato tutti quei personaggi da teatro che mi è parso non siano cambiati di una virgola. e che sono più o meno questi:

la signora che tossisce: te la danno insieme all’abbonamento e c’è sempre il sospetto che la direzione di sala ne recluti un tot, perché coprono l’intero teatro, disposte regolarmente in modo che ogni spettatore abbia la sua signora che tossisce abbastanza vicino. quando la signora che tossisce ha impegni o muore (di tisi, si suppone) viene sostituita dall’uomo col catarro.

la ragazza dei braccialetti: parente strettissima della signora di cui sopra, forse nipote, viene a teatro pensando di andara a un happy hour e tentenna il braccio come se dovesse attirare l’attenzione dell’attore/musicista, forse scambiandolo per il barman (sarà lo smoking, sarà che ha fumato lei).

la signora delle caramelle: infida e perversa, passa al bar davanti al teatro appena prima dell’inizio dello spettacolo e compra un pacchetto di caramelle incartate accuratamente a tripla mandata una per una con una speciale carta rumorosissima che produce gli stessi decibel di una pineta zeppa di grilli. appena le luci si spengono, attende il momento opportuno, in cui il pathos è alto e il silenzio completo per estrarre il famigerato pacchetto e cominciare a scartare, una per una, tutte le caramelle.

lo spettatore “dai, cazzo!”: diviso tar le categorie “astioso con il vicino di posto” e  “ansioso di andarsene”, lo senti rimuginare per tutta sera e con intonazioni modulate su un crescendo di aggressività “dai, cazzo!”

 l’uomo che applaude: affetto da una rarissima malattia (più o meno, uno per spettacolo) è ansiosissimo di iniziare ad applaudire, tanto che spesso lo fa fuori luogo battendo una sola volta le mani e poi, accortosi di essere l’unico, desiste imbarazzato. l’ansia e la vergogna rischiano ogni volta di ucciderlo.

ieri sera ho fatto conoscenza con un’altro tipo, rarissimo, che credevo fosse solo leggenda e che potremmo definire così:
l’uomo che si gratta troppo: forse allergico alle stoffe delle poltrone, alla moquette dei pavimenti, ai tarli delle assi del palcoscenico o con una patologia del derma che, in seguito alle temperature tropicali che si sviluppano in sala nello svolgersi della rappresentazione, scatena in lui orticarie a cui può portare sollievo solo grattandosi in continuazione. l’uomo che si gratta, proprio in virtù di queste patologie, non ha una pelle normale: la sua sembra un mix tra sky e cartavetro grana 3. l’uomo che si gratta lo fa in qualunque modo, con qualunque oggetto sia in suo possesso. quello di ieri seduto a fianco a me si grattava col biglietto. e si è grattato tutto, con un’accuratezza che mai avrei immaginato: prima la barba, poi la fronte, poi la nuca, e poi giù giù fino a darsi una bella raspata ai gabbasisi.

che dire?
questo è il teatro in cui io mi sono innamorata del Teatro. e quando ti succede così è un casino: è come conoscere l’uomo della tua vita dopo 6 mesi di personal trainer e in un completo di armani. è quasi impossibile che possa essere perfetto così, per tutto il tempo che l’amerai. a se è vero che l’amore è cieco, anche a teatro, la cafoneria ci sente benissimo.

mr. simpatia / mr.s empatia

Posted: 11th September 2011 by nadiolinda in meditazioni, senza una destinazione

in questo periodo, mi sono data all’erosione dell’empatia. non nel senso che la pratico, almeno non più di qualsiasi altra persona nelle mie stesse condizioni di vita. più nel senso che cerco di capire esattamente com’è che inizia, come succede, da che punto in poi è come se ci fosse un grado zero da cui l’empatia diventa minima, insignificante, ininfluente.
e mentre penso a questa cosa, ogni tanto mi capitano serate come quella di ieri.
ieri, 10 settembre, sono stata in un posto very very very milanese, off course, che si chiama “carroponte” perché è un locale sotto un carroponte dismesso delle industrie marcegaglia a milano.
quidem nomen.
più o meno.

insomma, ieri sera sono stata al concerto di Fabri Fibra, all’anagrafe Fabrizio Tarducci, per gran parte del web Fabrizio Fibrazio.
la prima volta che l’ho visto su un palco era l’inverno del 2007. con il pezzo “applausi per Fibra” aveva fatto successo e iniziato a vendere di bestia, MTV l’aveva traghettato nell’olimpo dei mercati che vendono (teens e dintorni), era ufficialmente un reietto del mondo che l’aveva generato, un venduto, uno che aveva perso l’ambizione per il primo assegno succoso.
la prima volta che l’ho visto su un palco ci stava con suo fratello e un dj. passava da una quinta all’altra guardando per terra, con quel fare tipico dei rapper che si concentrano sulle rime per non sbagliare e cercano di non pensare che quando le avevano scritte, quelle rime, erano incazzati con ciò che anche quel palco rappresenta.
ma è così che succede.
ogni rivoluzione, per piccola o grande che sia, prima o poi deve fare i conti con la realtà.
nemmeno garibaldi avrebbe voluto stare su un piedistallo.
la prima volta che ho visto Fibra su un palco mi è sembrato esausto, fattissimo, un po’ triste.

per il concerto di ieri mi sono preparata a dovere.
una settimana di dieta. look che mai avrei osato per un’altra occasione.
sono perfino arrivata con un’ora di anticipo.
non ci giro intorno: mi sono molto divertita. quello che c’era sul palco era uno show divertente, entusiasmante, energico, il più bel live di rap italiano che abbia visto finora.
però non ero preparata a una cosa, che in effetti mi ha ributtato in mezzo alla questione dell’empatia che viene erosa senza che il comune senso della decenza ne sia minimamente intaccato. il fatto è che al concerto di Fabri Fibra c’erano un sacco di bambini. e quando dico bambini, intendo davvero bambini: dai due anni in su. e quando dico un sacco, dico che sembrava che avessero venduto i biglietti a un grest.
e insomma, come succede che Fibra è diventato roba da famiglie?
o che le famiglie sono diventata roba da Fibra?

e allora oggi questo post lo scrivo perché voglio ricordarmi e ricordare perché ho iniziato ad ascoltare le sue rime. perché nella volgarità misogina portata alle estreme conseguenze ci trovo un po’ di poesia, come quella delle memorie delle puttane che non si pentono o anche i libri dei cattivissimi della generazione beat o quelli degli amici lavoratori onesti/scrittori pulp che raccontano i retroscena delle loro giornate con la crudezza di una frattaglia ancora sanguinolenta.
ne elenco qui alcune, perché anche se è vero che [cito] prima col rap non faceva un granché e adesso col rap ci ha comprato il parquet …a me quel Fibra là mi piaceva, più grezzo che ironico, più stronzo che saggio.

ed ecco quindi alcuni versi dall’immortale canzoniere del Tarducci:

a scuola ho sempre fatto scena muta perché pensavo: chissà la prof come lo suca!
ho comprato un tubo di baci perugina. il biglietto interno diceva: leccherai una vagina.
perché ho leccato le fighe più sozze, quelle che profumano di cozze.
come paola barale in cerca di un contratto, in giro a fare orge con lo sguardo sempre sfatto. vorresti essere un divo? io non t’invidio.
alcolico al livello non sono tuo fratello: io faccio il rap solo per dare via un po’ più di uccello. capisci? questo è il bello.
se tu sei un divo, allora mi domando: io sono morto o sono vivo?
resta nell’ombra della mia sigla: doppia effe come fregna e figa
andiamo in bagno e ci facciamo una riga, così cambiamo pelle come i litfiba. e visto che ci siamo ti lecco la figa, ma cadi a terra e ti rompi la tibia.

freddo, carezze e comodo

Posted: 30th August 2011 by nadiolinda in senza una destinazione

è proprio in serate come questa che mi succede.
mi viene nostalgia dell’inverno.
un giorno almeno, d’estate, mi succede.
e viceversa.
questa sera dell’inverno mi manca una cosa nuova, cioè una cosa che mi manca per la prima volta.
già, perché quello che mi manca sempre, a questo punto del caldo, sono
il freddo
la neve
la malinconia della natura in letargo
l’intrinseca bellezza degli alberi senza foglie
la mollezza dei giorni corti
la gratitudine per il peso del cappotto
il calore rassicurante dei cibi appena sfornati
i passi svelti per raggiungere la porta
i profumi intrappolati nelle sciarpe
le serate a teatro
la voglia di accendere il camino
la poca voglia di uscire

e quest’anno, per la prima volta, mi accorgo che mi manca un’altra cosa.
mai l’avrei immaginato.
mi mancano i serial.

[ da un'intervista che ho rilasciato oggi ]

Posted: 8th August 2011 by nadiolinda in meditazioni

Negli anni ’90, il premio nobel Amartya Sen ha lanciato un allarme: il mondo stava cancellando generazioni intere di donne. In vent’anni, l’eccidio di genere ha portato alla sparizione di circa cento milioni di donne che non sono mai nate o, se l’hanno fatto, sono state uccise.
O lasciate morire.
In ogni parte del mondo, le donne muoiono ogni giorno in modi diversi.
A volte molto violenti, altre solo più lenti.
Di questo sacrificio collettivo sento l’urgenza di raccontare al più presto.
Perché qualcosa si risvegli, fosse anche un senso di solidarietà e di appartenenza.
Prima che diventi sopravvivenza.

sotto il temporale

Posted: 8th August 2011 by nadiolinda in meditazioni

dalla mia finestra si vedono due arcobaleni luccicanti, perfetti, completi.
ho pensato di seguirli per vedere se ai loro piedi c’è una pentola d’oro.
fatto.
finiscono entrambi su due banche diverse.
quindi.
la pentola d’oro c’era davvero.
ma è già stata presa.

le cose così

Posted: 2nd August 2011 by nadiolinda in meditazioni

l’acetone
la batteria del telefonino
il sale grosso
la crema solare
il dentifricio
il detersivo della lavatrice
il latte
la farina
gli assorbenti
la crema per i talloni screpolati
l’inchiostro della stampante
il liquido tergicristalli
la ricarica della sim

sono le cose che mi sono venute in mente . quelle che sono proprio così. cioè quelle cose che non hanno un consumo prevedibile.
tutt’altro.
si consumano secondo quattro principi combinati.
il primo è che il loro consumo non è regolare nel senso che per un po’ sembrano infinite poi, d’un tratto, scarseggiano e improvvisamente finiscono.
il secondo è che sanno quando finire.
ed è sempre il momento peggiore.
il terzo è che si consumano preferibilmente la mattina (se si tratta di oggetti d’uso quotidiani) e mentre li stai usando, lasciandoti a un punto clou. comunque, in giorni e orari in cui non puoi provvedere al rimpiazzo immediato.
la quarta, e più significativa, è che quando almeno due di queste cose finiscono improvvisamente, la giornata sarà storta, molto storta.

SNOQ – partire con il piede giusto

Posted: 28th July 2011 by nadiolinda in senza una destinazione

riflessioni a dieci giorni di distanza dall’incontro dei comitati territoriali a Siena

l’appuntamento di Siena ha concretizzato quello che era nell’aria da quel famoso sabato di febbraio colorato di rosa e brulicante di voci di donne.
riunendo i comitati territoriali e mettendo ordine tra le proposte e le sollecitazioni raccolte attraverso la rete, il movimento Se Non Ora Quando ha abbandonato definitivamente il Rubygate, ha attraversato il Rubicone e si prepara ad abbattersi come una tempesta socio-politica sulle stanze del potere, quelle dei bottoni e quelle della comunicazione massificata.
Cristina Comencini l’ha detto chiaro e tondo: vogliamo la metà di tutto.
non siamo la metà di un cielo: siamo la metà più attiva di un paese che si ostina a riconoscerci ruoli assistenziali ancorché di necessaria sussistenza.

è molto bello quello che sta accadendo.
è soprattutto molto giusto.
e, come era giusto che fosse, a Siena non ci sono stati leader, scalette blindate di interventi, cappelli politici.
si è scelta la strada dell’unconference: tre minuti di intervento per chiunque avesse qualcosa da dire.
io ci sono stata con mia madre, mia zia e mia figlia.
il confronto è partito già da casa, preparando gli zaini. è continuato lungo il viaggio e non si è fermato per giorni. e anche ora prosegue, quando analizziamo il mondo intorno con occhi ed energia nuovi. abbiamo la sensazione che possiamo davvero cambiare le cose.
e che, a differenza di quanto fatto da decenni di dirigenze maschili, non abbiamo paura di un patto generazionale che comporti compromessi e rinunce fin da subito in cambio di condizioni che ci rendano tutte (e tutti) più felici e solidali.
in qualche modo, la piazza Senese ha dato ragione a Jeremy Rifkin, uno dei più interessanti pensatori sociali del nostro tempo, che nel suo saggio “La società dell’empatia” (Mondadori, 2010) ha teorizzato come la società dell’informazione sia in effetti il prodromo alla società dell’empatia, fondata su valori di condivisione e progresso.
l’unica in grado di salvarci dal disastro prodotto, fino ad oggi, dalla cosiddetta società dell’entropia, fondata sull’individualismo, l’egoismo e l’indifferenza verso il futuro.

a Siena siamo state piene di futuro.
e, come insegna la neuroscienza, quando si tratta di futuro siamo tutti più ottimisti perché vedere il meglio in quello che potrà essere ci aiuta ad essere propositivi e pieni di idee, senza farci prendere dallo sconforto in cui rischia di farci cadere ogni volta l’esperienza.
per questo, dal palco di Siena ho raccolto alcuni avvertimenti che qui ripropongo, perché questo movimento – che è già politico e vuole diventare propulsore di un cambiamento socio-culturale concreto e immediato – parta con forza e consapevolezza.

il primo e più importante è stato richiamato dal palco più volte domenica mattina. i sociologi della comunicazione su web lo definiscono “senso di gruppo”: è quel senso, fortissimo, di appartenenza che si instaura tra persone connesse che condividono gli stessi ideali. nulla di male, certo. se non fosse che il web 2.0 (prossimamente 3.0) non è uno strumento di consultazione inerme bensì un vero e proprio dialogatore invisibile che comunica direttamente con l’utente, prevenendo i suoi interessi e le sue inclinazioni. chi gestisce la rete vuole venderci qualcosa, servizi e prodotti. perciò, ogni volta che clicchiamo, programmi nascosti leggono le nostre scelte e le interpretano per capire i nostri gusti. i dati raccolti sono utilizzati poi, in un secondo momento, per personalizzare la schermata sul nostro computer, offrendoci contenuti, link, banner e altro che sia per noi stimolante.
dunque, fare riferimento alla rete come canale di osservazione primaria del mondo rischia di farci avere una visione distorta della realtà.

il secondo rischio associato al web è che il senso di gruppo rischia di frapporsi (quando non addirittura di annullare) il nostro senso della comunità. quando digitiamo dalla tastiera la nostra opinione e qualcuno ci risponde e concorda con noi, amplificando le nostre convinzioni, abbiamo il senso di “aver fatto qualcosa”, di essere stati dei tele-attori. la verità è che non abbiamo cambiato nulla del mondo e siamo, a tutti gli effetti, ancora semplici tele-spettatori.
quanto più ci addentriamo nella rete, tanto più ci distacchiamo dalla realtà. e cambiare le cose nel reale comporta una dose di impegno, di fatica, di frustrazione, di diplomazia imparagonabili all’interazione nel virtuale.
per questo il suggerimento proposto in diversi interventi sul palco di Siena mi sembra degno di essere accolto e ribadito con forza: i numeri sono rassicuranti, ma sono ancora pochi per cambiare davvero il panorama politico italiano.
senza perdere l’entusiasmo per le vittorie raccolte attraverso la rete, bisogna impegnarci tutte nel coinvolgimento della donna accanto, quella che vive vicino a noi, che non ha la stessa istruzione, gli stessi strumenti, l’alfabeto tecnologico necessario a cercare sul web l’acronimo di quattro lettere che oggi si propone di accoglierla e rappresentarla.
ma è una donna come noi, che vive e patisce le stesse difficoltà. e che, pur senza gli strumenti, ha necessità di non sentirsi da sola o senza via d’uscita da una condizione che ci condanna tutte, indistintamente.

l’ultimo punto, che credo faccia davvero la ricchezza e la differenza di questo movimento (che riesce finalmente a far dialogare in modo costruttivo il mea-culpa delle femministe della vecchia guardia con l’utopica ingenuità delle giovani attiviste) è la territorialità.
un limite ingombrante quando si tratta di avviare un movimento nazionale.
una grande ricchezza quando questo movimento non chiede solo nomi sulle liste di partito, ma si impegna a portare proposte concrete e differenziate sul territorio per rispondere a bisogni diversi.
una risorsa preziosa, infine, perché sulla capillarità dei comitati territoriali e delle associazioni che hanno aderito è possibile tenere vivo il dibattito e il confronto tra i generi e le generazioni per risvegliare la coscienza collettiva che in questi ultimi trent’anni è parsa assopita, a tratti annientata da un qualunquismo e da una rassegnazione desolanti.

quella di Siena è stata, per molti versi, una lezione di democrazia e di dialogo.
lo è stata per una base di donne acculturate e impegnate.
se queste donne sapranno trovare la chiave di comunicazione empatica e solidale con le altre, la maggioranza, tutte quelle che le circondano e che vivono nel mondo degli uomini pensando che quello sia l’ordine naturale e inevitabile delle cose, allora il cambiamento arriverà davvero.
ci vorrà lavoro e impegno.
ma fin da adesso sappiamo con certezza che ne sarà valsa la pena.