la vergogna di chi resta

Inasmuch as life is ...

molte volte, anche dalle colonne della posta del cuore, ho consigliato di tradire. non l’ho fatto per leggerezza; né per amore dello scandalo. e ho sempre avvisato che il tradimento è tutto tranne che facile: è una confidenza fatta a uno sconosciuto, che rischia di causare alla coppia un terremoto dal quale potrebbero non esserci sopravvissuti.
ciò premesso, compiere un tradimento è anche un atto di coraggio. spesso, è anche l’unico modo per smettere di mitizzare qualcosa di irreale (una nuova passione, un amore che ci appare sconosciuto e meraviglioso) a cui ci aggrappiamo mentre accumuliamo irrazionalmente il rancore e il disprezzo per la relazione che abbiamo, per la coppia che già ci è familiare, che sentiamo di avere perfettamente sotto controllo e che ci annoia.
l’amore che quotidianamente abitiamo lo costruiamo noi.
se d’improvviso, con noncuranza e persino con spavalderia abbiamo voglia di distruggerlo, allora forse al di là del tradimento ci sono cose che stiamo evitando accuratamente di vedere. e che, una volta evasa la formalità fisica, appurato che l’intimità con un altro corpo non è né eccezionale né trascendentale, dovremo nostro malgrado affrontare.

Esther Perel è una psicoterapeuta di coppia ed è un’autrice brillante, che da anni si occupa dell’essenza del tradimento. non per stabilirne i confini (ci sono molti modi per tradire; e i più abietti non si consumano necessariamente a letto) né per capire se sia giusto oppure no.
il tradimento nelle coppie è ben più resistente del matrimonio, dice. le statistiche le danno ragione.
il tradimento non ha a che fare con il desiderio, ma con l’amore. di più: non con l’amore per l’altro, ma con quello per noi stessi. e questo accomuna traditore e tradito; che non sono vittima e carnefice, bensì due persone che pensavano di conoscersi e invece, di fronte alla trasgressione, si scoprono estranei.

fa sempre male tradire?

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test sulle intolleranze

[questo articolo è comparso sul blog del Corriere il 12 luglio 2016]

Ognuno di noi possiede pregiudizi e stereotipi. Perché la nostra mente è pigra, perché abbiamo bisogno di illuderci che possiamo controllare la complessa realtà in cui viviamo, perché non ci è umanamente possibile approfondire ogni argomento, perché ammettere i propri limiti è un esercizio di correttezza e umiltà niente affatto facile.
Gli stereotipi sono come delle foto sfocate: rappresentazioni sommarie della realtà che formuliamo nella nostra mente e che ci impediscono di cogliere e apprezzare dettagli e differenze individuali.
I pregiudizi, invece, sono giudizi negativi che abbiamo acquisito prima di conoscere la realtà, che si radicano in noi, che si conservano intatti e inattaccabili anche quando sono oggettivamente confutati.
Stereotipi e pregiudizi ci arrivano dall’ambiente in cui siamo nati e da quello in cui viviamo ogni giorno, reale e virtuale, dalla nostra cultura, dalle persone che frequentiamo, da persone che stimiamo, dalla nostra professionalità, dalle nostre paure e persino dalle nostre ambizioni.
Gli stereotipi spesso portano ai pregiudizi che, a loro volta, possono avere deviazioni quali l’odio, la discriminazione, la violenza.
Per questo è importante conoscerli e combatterli; partendo dai nostri.

Al link qui sotto potete vedere un’immagine pubblicata da un profilo pubblico di medicina legale su Instagram. Si tratta di un cuore colpito da un proiettile.
Guardatela non più di un minuto. Poi tornate su questo post.

>> IMMAGINE <<

Ora che l’avete vista, rispondete a queste domande. Almeno una risposta è corretta.

È un uomo bianco?
È nero?
È asiatico?
È musulmano?
È cattolico?
È vecchio?
È giovane?
È etero?
È gay?
Era solo?
È un suicidio?
È un omicidio?

Vi dò un indizio: la persona è stata giustiziata con un solo colpo di pistola al cuore.
È una vittima?
Se l’è meritato?
È uno spacciatore?
È un violento?
È un tossicodipendente?
È un delitto di mafia?
È italiano?
È europeo?
È alto?
È robusto?
È un poliziotto?
È moro?
È calvo?
È tatuato?
È obeso?
È muscoloso?
È una donna?
È incinta?
È stato il marito?

Per sapere la risposta, continuate a leggere il post.

la generazione dei corpi tiepidi

l’Huffington Post ha pubblicato nei giorni scorsi un bellissimo post di Krysti Wilkinson, che oltre a essere una donna intelligente, ha la mia stessa fatale dipendenza: il gelato.
il post ha un titolo senza possibilità di obiezione: We are the generation who doesn’t want relationships, noi siamo la generazione che non vuole relazioni. per la versione italiana del portale Milena Sanfilippo ne ha fatto una traduzione efficace. come sempre, nella nostra lingua tutto suona più dolce. ma il messaggio è chiaro; e seppure in disaccordo, sul merito o sulle argomentazioni, non di meno non lo possiamo ignorare.

*

We want a second coffee cup in our Instagrams of lazy Saturday mornings, another pair of shoes in our artsy pictures of our feet. We want a Facebook official relationship every one can like and comment on, we want the social media post that wins #relationshipgoals. We want a date for Sunday morning brunch, someone to commiserate with during the drudge of Mondaze, a Taco Tuesday partner, someone to text us good morning on Wednesday. We want a plus one for all the weddings we keep getting invited to (how did they do it? How did they find their happily ever after?). But we are the generation who doesn’t want a relationship.

We swipe left in hopes of finding the right person. We try to special order our soulmate like a request on Postmates. We read 5 Ways to Know He’s Into You and 7 Ways to Get Her to Fall For You, in hopes of being able to upcycle a person into a relationship like a Pinterest project. We invest more time in our Tinder profiles than our personalities. Yet we don’t want a relationship.

10 cose che penso di Batman vs Superman

siccome sono una donna intelligente, io al cinema vado a vedere anche le cazzate epiche. quelle che già lo capisci dal trailer, perché la musica è tanto apocalittica e la postproduzione fin troppo aerodinamica.
è che certi film sono così: ci vai perché ti impegnano al massimo un neurone e accetti di non farti domande e ti concentri sulle cose davvero importanti della vita come il look, la musica sinfonica sui momenti epici, il cielo che piove quando sei triste e il sole che batte sempre sul profilo migliore degli eroi. quel mondo dove le cose sono giuste o sbagliate, i buoni combattono contro i cattivi e le guerriere non hanno peli sulla lingua né in nessun’altra parte del corpo.
e quindi.
dopo averlo aspettato per più di un anno, finalmente ieri sono andata a vedermi Batman Vs Superman.
che già dal trailer si preannunciava la cagata del secolo. con molti MA, ha mantenuto solo in parte le mie aspettative. che erano piuttosto semplici da esaudire: due ore e qualcosa di cose che esplodono in sequenza pressoché ininterrotta.
e dunque, ecco alcune considerazioni dopo aver visto Batman Vs Superman [qui vedete il trailer]

1) Il migliore in assoluto è sicuramente Jeremy Irons. MA è decisamente troppo figo per la parte di Alfred.

2) Wonder Woman ha evidentemente questo soprannome perché anche in uno scontro epico riesce ad avere dei capelli favolosi. MA non si capisce perché qui l’hanno conciata che sembra Xena la principessa guerriera. Confusione della costumista? Fantasie erotiche adolescenziali del regista? Costumi fatti un tantinello a casaccio?

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3) Il Batman di Ben Affleck mi ha fatto rivalutare quello di Clooney.

4) E comunque

il tempo dei libri

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da tempo mi ero ripromessa di trascrivere due passaggi dall’adattamento che Luca Ronconi ha fatto del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451 nel 2007.
primo perché sono entrambi molto suggestivi e turbinosi.
poi perché mi paiono così veri e inquietanti che meritano, ciclicamente, di essere riletti.
nel primo, parlano Montag e il Capitano. poi solo quest’ultimo. che dice una cosa molto vera, almeno per me: che c’è un tempo in cui nei libri cerchiamo un aiuto per la nostra vita; e inevitabilmente non lo troviamo.

*

CAPITANO – No, Montag, va bene, va bene. Succede a tutti i vigili del fuoco, prima o poi. Sono stato malato anch’io tanto tempo fa.Stavo per morire, stavo male, dentro.
MONTAG – Tu?
CAPITANO – Eh sì. Io sono il tipo stra-sicuro di sé. Eppure, sono stato malato o anch’io, eh sì. Sono rimasto a letto, sai. per giorni, settimane, a guardare il mondo fuori dalla finestra. Cercando, sai, di dargli un senso, di farlo quadrare. Ma non quadrava. per poco nn ci resto secco. Accidenti. Poi, quando ho preso la ia decisione – diventare un incendiario al cento per cento, vigile del fuoco a 360 gradi, diabolicamente efficiente 24 ore al giorno, 10 mila ore l’anno – allora mi sono ripreso. E da quel giorno io sono stato sempre bene. Incendiare, era la mia risposta. uh. Che rivelazione è stata. Sono rinato. Meglio di un cristiano dopo il battesimo.
MONTAG – Ma ti sei dovuto ammalare prima e poi riprenderti?
CAPITANO – Eh sì. E sai che cosa mi aveva fatto ammalare?

l’unico genere dell’amore

Esiste un unico genere d’amore: l’amore. Ma le manifestazioni dell’amore sono innumerevoli.
Una madre balzerà giù dal letto, sentendo un rumore insolito in piena notte, e vi farà ritorno soltanto quando avrà accertato che ogni angolo della sua casa è sicuro e al riparo da ogni preoccupazione. Un uomo distoglierà lo sguardo dalla sua partita di golf per seguire l’aereo che fende il cielo lasciandovi una vistosa scia. Una massaia darà un breve colpo di telefono alla vicina per chiederle se ha bisogno di qualcosa, prima di recarsi in automobile in città. Queste sono tutte manifestazioni di un potere che abbiamo dentro di noi e che per forza di cose deve essere divino, perché non è un’invenzione umana.
Che cosa è l’amore? Molte cose sono amore, e in verità l’amore è presente nella misericordia, nella compassione, nel rapporto amoroso, nell’affetto.
[…] Una cosa caratterizza l’amore e lo differenzia dalle emozioni a esso imparentate: l’amore non ammette l’io.
Pochi di noi arrivano a provare compassione; per alcuni di noi “relazione amorosa” è poco più che un’espressione; in molti di noi la capacità di provare affetto è spenta da tempo; ma tutti noi, una volta o l’altra, per un istante solo o per tutta la nostra vita, abbiamo preso le distanze da noi stessi: abbiamo amato qualcosa o qualcuno. L’amore, quindi, è un paradosso: per averlo, dobbiamo darlo. L’amore non è qualcosa di intransitivo: l’amore è un’azione diretta della mente e del corpo.
Senza amore, la vita è inutile e pericolosa. L’uomo è in viaggio, diretto verso Venere,

viaggio al termine dell’intimità

il mio primo amore, il fidanzato dei 18 anni, mi leggeva Viaggio al termine della notte d’autunno davanti alla stufa. da allora, ogni volta che posso, chiedo agli uomini che incontro di ripetere per me quel piccolo gesto: leggermi ad alta voce un libro, un articolo, una fiaba. è una delle cose più intime che mi concedo di collezionare. e tutte quelle voci, che leggono per me parole bellissime, nel tempo sono diventate una sorta di eco privato, un lungo e ininterrotto canto d’amore che mi porto dentro. un segreto. ma la prima nota ebbe le parole di Louis-Ferdinand Céline.

nei giorni scorsi è uscito su La Stampa un bell’articolo a firma di Ernesto Ferrero, traduttore, studioso e anche appassionato di Céline, dell’autore e dell’uomo. parlando delle sue donne, traccia una matrice di erotismo ossessiva, molto simile ad altri tratti della sua personalità. leggerlo, mi ha precipitato a capofitto nel mio personale bout de la nuit, quel posto buio, intimo, affascinante e spaventoso in cui amiamo perdutamente e siamo altrettanto perdutamente soli.

*

Un harem decentrato e itinerante, una multinazionale dell’eros ginnico. A tirarne le fila, un Monsieur Verdoux nonviolento, uno scacchista che movimenta le sue pedine amatorie con talento spregiudicato, un Machiavelli della banlieu che dispensa consigli di cinismo pratico. È il dottor Louis Destouches, medico dei poveri e titolare del Dispensario di Clichy, nella più sofferente delle periferie parigine. All’inizio degli anni ‘30 diventa scrittore, assume il nome della nonna, si trasforma in Céline

Dieci buone ragioni per sposare un’amica (e non un fidanzato)

Quando finalmente la Cirinnà sarà legge dello Stato, spero che almeno una delle amiche che stimo accetti la proposta che ho fatto qualche giorno fa: sposarci e vivere davvero felici. Parliamoci chiaro: una coppia è molto più simile a una piccola azienda. L’amore permette di alleggerire le estenuanti e continue contrattazioni, necessarie per la conduzione quotidiana. E se invece di amore ci fosse amicizia? Un’amicizia profonda, rispettosa, fondata sulla stima e sul sostegno reciproco?
Non ridete. Qui la situazione è gravissima. Noi ci scherziamo, diciamo che alla nostra età per farci davvero innamorare “o sei ricco o sei Rocco”. Però prima di prendere impegni a lungo termine con un uomo ci pensiamo mille volte. Mentre – ve lo dico – quando faccio questa proposta alle amiche l’espressione cambia, l’interesse è evidente. Insomma: non è una sciocchezza, ma un’idea con un suo perché.
E allora, ho messo in fila dieci buone ragioni per sposare un’amica e vivere per sempre felici e indipendenti.

1) Il sesso non sarà mai un problema: ognuna potrà farne quanto vuole con chi vuole.
2) La gelosia nemmeno.
3) Potremo passare ore in bagno a prepararci e nessuno ci dirà mai che siamo in ritardo.
4) Ognuna di noi potrà fare tutti i figli che vorrà con chi le pare. Io personalmente li adotto volentieri tutti.
5) Potremo avere un’intera parete armadio per le scarpe.
6) A San Valentino festeggeremo l’inizio delle ultime settimane di saldi.
7) Non faremo mai un abbonamento tv per lo sport.
8) Diventeremo grasse insieme.
9) E poi ci metteremo a dieta.
10) Al matrimonio, potremo scegliere due abiti da sposa.

Perché amiamo gli amori infelici

Dico sempre che i libri non li trovi per caso: ti cercano. E io ho tra le mani in questi giorni un libercolo datato 1920 su cui, a pagina 31, è descritto magistralmente il centro intorno al quale ruotano molte delle storie che scelgo di scrivere. L’autore è Henry Cochin. E questo scrive:

Le storie degli amori troppo felici ci piacciono, ma ci producono insieme un senso di stanchezza e di noia, forse per la loro inverosimiglianza o forse per la loro monotonia. La storia dell’amore infelice tocca invece il fondo del nostro cuore; eccita quelle più umane fibre di pietà e di sensibilità che risuonano in noi così forte. Noi vediamo in essa l’eterno contrasto fra la felicità intravveduta e talora quasi raggiunta e l’insanabile infermità del nostro stato che non ci permette di avvicinarci a quella se non a lunghi intervalli, e non ci permette di sentirne tutta la dolcezza se non quando essa sta per sfuggirci. Ed è per ciò che, sia pure per un momento, hanno potuto godere di così alte gioie: v’è in queste qualche cosa che non si cancella mai intieramente, e che, anche allora quando sembra soccombere, trionfa. Come un prigioniero, anche se non oppresso da pesanti catene, è tuttavia padrone della sua libera anima; così noi siamo padroni dell’infelicità che ci colpisce e ci prostra, se non muore dentro il cuor nostro il ricordo della felicità di cui altra volta abbiamo goduto.

Cinque cose che ho imparato andando al cinema a Roma

Faccio outing: per andare al cinema io devo farmi forza. Nessun audio evoluto, schermo plasmato, effetto specializzato riesce mai davvero a ripagarmi della forzosa convivenza coi miei simili nella stessa gabbia, seppur dotata di tanti tantissimi comfort. Esistono però le eccezioni che valgono il sacrificio. Come film che vanno assolutamente visti sul grande schermo. E come contesti socio-culturali che nel cinema si condensano al massimo, rendendo l’esperienza unica e indimenticabile. È il caso di Roma, dove amiche persino più snob di me mi raccontano da anni aneddoti e dettagli delle proiezioni in sala nelle capitale da farmi salire una curiosità irresistibile. Così, mercoledì sera, con qualche ora di solitudine, mi sono preparata e sono entrata per la prima volta in un cinema romano. Confesso: non sentendomi pronta all’estremo, ho optato per un filmone (The Revenant) in lingua originale con sottotitoli. Ed ecco cinque cose che posso garantirvi succedono davvero in una sala di cinema a Roma durante le proiezioni.

1. Puntualità questa sconosciuta.
La prima cosa che ho imparato è che gli orari di proiezioni sono indicativi, per non dire a casaccio. La proiezione che doveva iniziare alle 21, nel mio caso, è iniziata quasi alle 21,20. Prima c’è stato un lungo buio, poi tanta pubblicità, poi ancora del buio. In mezzo, noia immotivata e convivenza forzata con altri esseri umani. Non ero preparata.

2. Guarda come mangi.
Se qualcuno vi racconta di sale invase da sacchetti della spesa pieni di cibarie, decilitri di bibite gassate con rutto libero incorporato, frigoriferi portatili e spuntini consumati ininterrottamente per l’intera durata della proiezione, bhè: credetegli. Nella mia fila, c’era una compagnia di dodici persone con un pallet di birra rossa da discount. Salute.

3. Piscia che ti passa.
Se bevi litri di birra rossa, poi è ovvio che farai tanta plin plin! Per fortuna, nella borsa del discount non c’erano dei pappagalli per pisciare direttamente al posto.

4. Illuminami di senso.
Esiste -ne sono certa- una spiegazione plausibile