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test sulle intolleranze

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le bestie

Io non sono un uomo. Ma se lo fossi, credo che in questi giorni più di altri sarei preda di un cortocircuito emotivo e di autostima, per il mio genere e forse anche per me. Tre episodi su tutti che dominano Read More

E poi tutto brucia | Don Giovanni secondo Graham Vick

questo post lo trovate anche sul blog del Corriere.it
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C’è un palazzo con una donna che grida – poi arriva il suo papà ma viene ucciso – e poi lui diventa una statua e don giovanni lo invita a cena – ma però lui non mangia (è una statua!) e invece lo porta all’inferno perché lui si comporta male con le donne – E tutto brucia.

Questo è come mio figlio (3 anni e mezzo) ha cercato di spiegare Don Giovanni in 30″ a sua nonna dopo che ieri ho passato la giornata a raccontargli cosa sarei andata a vedere oggi al Teatro Grande.
Mia figlia (5 anni), invece, prima si è spaventata per il convitato di pietra, poi ci ha pensato un po’ su e mi ha chiesto:
– Mamma, ma esattamente: cosa fa di così grave Don Giovanni da essere ucciso? A me non sembra così cattivo.

Ecco, il punto sta proprio qui: come la spieghi oggi “la colpa morale”? Nella storia del seduttore, che fa macchietta e spalluccia con il fido Leporello, cosa troviamo di così riprovevole?
Perfino io ho fatto fatica a spiegare ai miei figli concetti come onore, rispetto, cura. E ancora più fatica ho fatto a dare un peso reale al discredito, al menefreghismo, al disprezzo.
Perché quando i miti e le fiabe parlano di pericolo i mostri li riconosci subito; quando invece parlano di etica (cioè di come agiamo nella vita e nella società) e di morale (ossia le azioni che compiano orientandoci tra il nostro senso di bene e di male) ecco che le cose si fanno più confuse.
Don Giovanni non è un licantropo, uno stregone o un ciclope: è un uomo intelligente, colto, ricco e pure belloccio. Piace alle donne, che nell’opera di Mozart non gli resistono nemmeno il tempo di un’aria suadente. E quando spende i suoi soldi (e ne ha finché ne vuole) lo fa per divertirsi.
Dunque, cosa fa di così grave da dover essere ucciso? Qual è la colpa che espia da tre secoli di fronte a platee di tutto il mondo?

La festa a casa di Don Giovanni

I peccati capitali, si sa, non sono tutti uguali. Per me che sono laica la cosa è ancora più evidente: se qualche volta può capitare di vedere qualche pubblica condanna del profitto smisurato (variante lessicale dell’avarizia), dell’ira o dell’invidia, mai ho assistito a campagne pubbliche di contenimento della superbi, della gola o dell’accidia.
Al contrario, mi sento di dire che questo è proprio il secolo dei golosi – che cucinano e mangiano mentre guardano altre persone cucinare e mangiare alla tivù – e dei vanitosi, dei narcisisti, di quelli che alimentano la stima di sé col disprezzo degli altri.
E infatti nella regia di Graham Vick Don Giovanni non va all’inferno: si siede comodamente in platea; mentre quelli che lo accusano devono liberarsi velocemente dagli abiti che indossano perché la veste dei moralizzatori non gli si addice: nemmeno loro possono dirsi senza peccato.
Per Vick, Don Giovanni è uno di noi: l’elenco delle sue conquiste lo redige on line, realizza con lo smartphone foto e video, alle sue vittime toglie l’onore diffamandole su portali pubblici come Twoo (il nuovo Netlog), organizza festini con mailing list, realizza filmati privati che poi rivede sul suo computer.
Al centro della scena, c’è l’oggetto della colpa: il corpo delle donne. Read More

Dietro quella porta

«Le stava sempre attaccato. Il giorno in cui sono andati a prelevarlo, solo da quella mattina la polizia ha contato almeno 87 squilli. Era anche finito a mani in faccia con un paio di colleghi sul lavoro. E poi, i bambini di mezzo. Non so cosa gli è scattato, ma non c’era più modo di controllarlo». Non è un’intervista sul caso Iacovone, ma una conversazione tra me e una mia cara amica d’infanzia a proposito di suo fratello, ora in carcere per stalking. Siamo cresciuti insieme; eppure che uomo lui fosse in casa sua io non l’ho mai saputo. Ma sua sorella sì. E perfino lei ha faticato a credere che quella vena di possessività e gelosia potesse diventare tormento minaccioso. Certo, Gussago non è Ono San Pietro: un paesino di 994 anime in ValCamonica non sono certo i 17mila abitanti del paese da boom immobiliare alle porte della Franciacorta. Eppure. Dal più piccolo paese alla metropoli più affollata c’è sempre quella porta lì. Ci escono famiglie all’apparenza ordinarie, con buste della spesa e nani nel pannolone appesi al collo. Ma quando è chiusa, nel bel mezzo del sugo, a un certo punto da dentro è tutto un urlo, un esplodere di oggetti e parole e bambini strazianti e l’aria che sa di odio. Ci abbiamo convissuto tutti, con quella porta lì. Iacovone, dice sua moglie, era un buon padre per i suoi bambini. Anche il fratello della mia amica, dice lei. E le bravi madri a questo danno valore, sopportando in nome di un legame figlio-padre da preservare sacralmente. A costo della vita. Da madre, comprendo; ma da donna e cittadina ho il dovere di chiedermi se è davvero questo ciò che conta, perché ora il ragazzo che giocava con me in strada sta in galera e a Ono San Pietro c’è una madre senza più figli. La porta chiusa è un limite invalicabile per chi ci si chiude dentro. Erica Patti l’aiuto legale, psicologico e dei servizi sociali è uscita a cercarlo e l’ha trovato: quello che ha fatto secondo la legge è un esempio per molte donne. Così come il suo tentativo -eroico, a mio modesto parere- di mantenere sotto controllo la tensione e la follia. Ma nella guerra domestica che stermina mogli e figli occorre ormai fare la rivoluzione e sfondare le porte chiuse delle famiglie violente. Una sera la mia amica invece di alzare il volume della tv ha trovato una forza che non sapeva di avere, è entrata in casa di suo fratello e ha portato fuori i nipoti. Molte altre volte li ha sottratti all’odio irrazionale dei due adulti impegnati ad annientarsi reciprocamente. L’ha fatto per prevenire altra violenza; e perché la visione dell’odio per i bambini non diventasse né abitudine né educazione. Il diritto ad essere liberi in casa propria non è in discussione; ma la libertà non include la violenza vessatoria, fisica, omicida. Io non credo che basti essere un buon padre per essere un uomo intoccabile. E questo nella propria casa, nel proprio quartiere, nel proprio posto di lavoro e, in definitiva, nella propria comunità. Se stasera lo sentite di nuovo, quello che succede dietro la porta chiusa, ascoltatelo bene invece di ignorarlo. Non abituatevi mai, bussate e chiedete: possiamo portar via i bambini? Almeno finché non tornate ad essere persone.

[questo articolo è comparso sul blog del CorSera Brescia e lo potete leggere qui]

L’orrore normale

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Sto conducendo in questi giorni un’inchiesta sugli uomini violenti che finiscono per trasformarsi in carcerieri, torturatori e addirittura assassini. Il pretesto è un caso VIP: quello di Pistorius, atleta di fama mondiale, uomo di grande ambizione e determinazione in grado di abbattere la barriera che separa sportivamente i sani dai mutilati, ma che nel privato era noto per essere un compagno violento e irascibile.
Nel condurre ricerche sul femminicidio, come al solito, mi sono imbattuta nel dipanarsi graduale della violenza. Il femminicidio è l’ultimo atto, quello in cui la protagonista muore. Ma prima c’è la sua lunga e dolorosa storia.
Io che per mestiere nella mia vita comunico, quando affronto questo tema mi sento in dovere ogni volta di richiamare quella che reputo la verità più dolorosa ma utile: la violenza è quotidiana e spesso invisibile, nascosta dalla banalità e dall’ordinarietà, da un aspetto mite, dall’ammonimento costante a non insinuare il dito o il dubbio sulle altrui relazioni.

Esiste un sito che si chiama In quanto donna.
Lo cura una donna, Emanuela Valente, che ha iniziato negli anni a raccogliere i nomi e i volti di chi ha ucciso (uomini) e di chi è stata uccisa (donne, spesso anche figlie).
Scorrendo i ritratti degli assassini la cosa più sconcertante è la loro normalità.
Sotto a facce che sono quelle di un padre, di un panettiere, di un postino, di un dottore ci sono didascalie raccapriccianti:
– Luigi Faccetti, 24 anni. Massacra con 14 coltellate la fidanzata, che si salva, e viene condannato a 8 anni. Dopo 10 mesi gli vengono concessi i domiciliari, fa sequestrare l’ex fidanzata e la uccide con 66 o 80 coltellate, di cui 20 al cuore. Condannato a 30 anni con rito abbreviato, pena confermata in appello il 31 gennaio 2013.
– Ruggero Jucker detto Poppy, 36 anni, rampollo della Milano bene, Re della zuppa. Fa a pezzi la fidanzata con un coltello da sushi e lancia i pezzi in giardino. Condannato a 30 anni in primo grado, pena patteggiata in appello e scesa a 16 poi ulteriormente ridotta a 13. Ha già usufruito di 720 giorni di libertà come permessi premio e avrebbe dovuto essere libero da giugno 2013, ma la scarcerazione è stata anticipata per buona condotta (13 febbraio 2013).
– Maurizio Iori, 49 anni, primario oculista. Accusato di aver avvelenato l’amante e la figlioletta di due anni, condannato all’ergastolo e 2 anni di isolamento diurno (Sentenza 18 gennaio 2013).
– Antonio Giannandrea, 18 anni, studente. Picchia, soffoca e sgozza la fidanzata con un coltello da cucina. Poi getta il corpo in un burrone e tenta di depistare le indagini. Chiesti 16 anni con rito abbreviato.


Dentro questo sito ci sono anche loro:
– Desiree Piovanelli, 14 anni, studentessa. Accoltellata e morta dissanguata dopo un’ora e mezzo di agonia, con i piedi legati con un nastro da pacchi, dal cosiddetto “branco di Leno”: 4 amici di infanzia, di cui solo uno maggiorenne.
– Patrizia Maccarini, 43 anni, operaia. Uccisa con una coltellata al cuore dall’ex fidanzato.
– Hina Saleem, 20 anni, lavorava in una pizzeria. Sgozzata e seppellita nell’orto dal padre, due cognati e uno zio.
– Francesca Alleruzzo, 44 anni, mamma di 4 figlie, maestra. Uccisa a fucilate dall’ex che ha ucciso anche il nuovo compagno di lei, Vito Macadino, e si è poi recato in casa dove ha ucciso una delle figlie, Chiara, 19 anni e il suo ragazzo Domenico Tortorici.
– Monia Del Pero, 19 anni. Strangolata, denudata, messa in un sacco della spazzatura e nascosta in una conduttura delle acque dall’ex fidanzato.
– Moira Squaratti, 26 anni, assistente in uno studio dentistico e volontaria Avis. Picchiata, strangolata e uccisa con 15 coltellate dal fidanzato.

Ieri in piazza abbiamo ballato anche per loro. Scacciando, con la gioia della danza, la terribile sensazione che l’anno che sta arrivando non sarà migliore di quello passato.
Ancora per troppe donne come noi.

siccome sono quasi le tre di notte e non riesco a riaddormentarmi

… mi occupo un po’ del blog, ché lo sto trascurando e non poco da qualche mese.

perché sono sveglia?
accidenti, che casino.
poco dopo mezzanotte, una donna strillava aiuto nel vicolo. tutti noi con le finestre aperte sperando in un filo d’aria ci siamo affacciati. il più interventista ha chiamato la polizia. io e il fidanzato siamo scesi in pigiama e ciabatte a soccorrere lei e tranquillizzarla.
trattavasi di una donna in compagnia di suo figlio ventenne o poco più.
lui è in cura per problemi psichiatrici in comunità e da quattro giorni si rifiuta di prendere le sue pillole. stasera ha dato fuori di matto a casa.
la versione della signora è che il figlio abbia alzato le mani su di lei e sul fratellino, costringendola a uscire di notte a cercare del vino e minacciandola di nuovo di fronte alla chiusura di tutti i negozi.

perché sono sveglia?
accidenti, che scena.
intorno alla donna, ci siamo trovati in sei. io la consolavo un po’, dicendole di stare tranquilla. uno protestava perché la polizia ci ha messo un po’ per arrivare e concludeva ‘ecco, questa è l’Italia che ti protegge’. per fortuna, nessuno dei presenti era d’accordo.
il che mi fa dedurre che, sul nostro piccolo campione, almeno il 75% sa che un privato armato di randello non risolve la situazione.
ovvero: la ronda che se ne va in giro a mezzanotte non è mai quella del piacere.
comunque, la polizia è arrivata, addirittura in quattro.
la signora è stata fatta salire in macchina e il ragazzo tempestato di domande.
e poi se ne sono andati.

perché sono ancora sveglia?
accidenti, che casino.
mi pare che, a parte consolare la signora in evidente stato di esaurimento nervoso, avrei potuto anche parlare con il ragazzo. da quando abito qui ne vedo di situazioni così. ci sono ragazzi giovani, belli, forti, con una vita davanti. e si perdono dietro alle miserie che ruotano intorno ai soldi come unico obiettivo di vita. non hanno un posto, per loro è più difficile che per gli italiani. le famiglie non hanno più un padre e alle donne tocca lavorare il doppio perché i figli ci sono e sono spesso tanti. e questi ragazzi si buttano via. inizia che escono a farsi comprare il vino a mezzanotte minacciando la madre e il vino che trovano è poco più che olio del radiatore. poi ci si abituano, stanno in strada, continuano a comprare tetrapack di vinaccio da un euro e poi te li trovi, dopo un po’, che dormono nella piazzetta vicino alle auto, sdraiati sul loro vomito.
non c’era niente che non andava in questo figlio arrabbiato e irascibile. sì, certo: è in cura. ma è soprattutto un ragazzo senza nessuno che si occupi di lui.

è per questo che sono ancora sveglia.
mi chiedo se poteva servire parlarci un po’.
le volte in cui mi è cambiata davvero la vita è stata perché qualcuno mi ha ascoltato e poi mi ha dato un consiglio giusto. non una grande rivelazione, ma un semplice consiglio, uno di quelli che ti fa sentire meno sola e un po’ più confidente nelle tue possibilità.
e questo ragazzo di stasera mi ha fatto una tristezza infinita.
perché mentre arrivava la polizia, lui non se ne andava, anche quando nessuno di noi sapeva che era il figlio della signora e pensavamo fosse un molestatore ubriaco.
non se ne andava perché non sa dove andare.
però, dove sta, non è felice.
d’altronde, è un ragazzo. solo che mi sembra che, se nessuno lo ascolta, rischierà di dimenticare che può avere anche lui dei sogni e il pieno diritto di realizzarli.