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o la strada o la scusa

questo post l’ho scritto per il blog del Corriere della Sera.

Roger ha fatto un nuovo album. E mi ha invitato alla sua presentazione ufficiale venerdì scorso. Ma non voglio illudervi: non avrete da me alcun parere competente; per quello c’è il collega Fabio Dondelli, è lui quello che sa di musica.
Nemmeno Roger mi ha invitato per la musica, in fondo; bensì per la storia. Perché sa bene -e non è un segreto- quanto mi piacciano le storie.
E questo è il punto: Lovecraft nel Polesine (questo il titolo dell’album) è un progettone che ruota tutto intorno a una storia affascinante.
Agli inizi di tutto c’è un articolo, scritto da Roberto Leggio, autore, giornalista, sceneggiatore. Lo legge Roger, che è uno -come scrive in una delle canzoni- che la mattina fa tardi al lavoro perché legge troppo.
Nel frattempo, l’articolo diventa una sceneggiatura poi un mockumentary (un film che sembra un documentario ma invece non lo è).
E intanto, Roger raduna intorno a sé artisti e amici, li contagia all’idea di raccontare una storia che in pochi conoscono, che forse non è nemmeno vera per davvero, e di farlo con ogni mezzo a disposizione. Ne viene fuori un concept album (in estrema sintesi, un disco costruito intorno a un’unica suggestione, un lungo racconto di musica e parole) che si accompagna a un fumetto firmato da Aleksandar Zograf.
Come ho detto, non parlerò della musica, né della genesi del progetto. Per quello, ci sono quelli bravi.

Voglio invece raccontarvi di un’altra storia, di cui anche Roger ha parlato -quasi involontariamente- durante la conferenza stampa: quella di una città che da qualche anno suona diversa; e suona fortissimo.
Le parole di Roger sono state più o meno queste:
“Molti gruppi puntano altissimo, sognano il Madison Square Garden, anche se poi non ci arriveranno mai. Io invece sono contento di suonare a Brescia. E ci suono. Si può fare della gran bella musica stando qui”.

il tempo dei libri

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da tempo mi ero ripromessa di trascrivere due passaggi dall’adattamento che Luca Ronconi ha fatto del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451 nel 2007.
primo perché sono entrambi molto suggestivi e turbinosi.
poi perché mi paiono così veri e inquietanti che meritano, ciclicamente, di essere riletti.
nel primo, parlano Montag e il Capitano. poi solo quest’ultimo. che dice una cosa molto vera, almeno per me: che c’è un tempo in cui nei libri cerchiamo un aiuto per la nostra vita; e inevitabilmente non lo troviamo.

*

CAPITANO – No, Montag, va bene, va bene. Succede a tutti i vigili del fuoco, prima o poi. Sono stato malato anch’io tanto tempo fa.Stavo per morire, stavo male, dentro.
MONTAG – Tu?
CAPITANO – Eh sì. Io sono il tipo stra-sicuro di sé. Eppure, sono stato malato o anch’io, eh sì. Sono rimasto a letto, sai. per giorni, settimane, a guardare il mondo fuori dalla finestra. Cercando, sai, di dargli un senso, di farlo quadrare. Ma non quadrava. per poco nn ci resto secco. Accidenti. Poi, quando ho preso la ia decisione – diventare un incendiario al cento per cento, vigile del fuoco a 360 gradi, diabolicamente efficiente 24 ore al giorno, 10 mila ore l’anno – allora mi sono ripreso. E da quel giorno io sono stato sempre bene. Incendiare, era la mia risposta. uh. Che rivelazione è stata. Sono rinato. Meglio di un cristiano dopo il battesimo.
MONTAG – Ma ti sei dovuto ammalare prima e poi riprenderti?
CAPITANO – Eh sì. E sai che cosa mi aveva fatto ammalare?

Cassandra. la poetessa. la donna. il mito.

Tutto ciò che devono conoscere si svolgerà davanti ai loro occhi, ed essi non vedranno nulla. È così.

quando apollo ti sputa in bocca succede un gran casino. l’ultima a ricordarcelo è stata Christa Wolf, di cui è sul palco all’Elfo fino al 12 febbraio l’indimenticabile Cassandra. in scena, Ida Martinelli, consumata, magra, fiera come lo sono le donne quando vanno a morire sapendo di aver vissuto. in regia, Francesco Frongia, che con uno sguardo entomologico e un rigore beckettiano indaga gli ultimi giorni di chi ha vissuto col macigno del futuro sulle spalle. e per questo, ha sempre saputo di dover morire.

Nel fondo più profondo; nell’intimo più intimo, là dove corpo e anima non sono ancora divisi e dove non giunge parola, né pensiero, seppi tutto.

quando apollo ti sputa in bocca, non hai più scelta. ha vinto lui. tu sei preda, lui è la bestia. lo sono molti uomini, nella vita di Cassandra. lo sono molti uomini. lo è per primo il padre e per ultimo il carnefice. e quello che non è nel gruppo dei violenti, è non di meno tra quelli che abbandonano.
Cassandra muore sola. e a chi conosce il mito dai libri, questa morte può sembrare forse meglio di una vita in cinque parole: tu sai, nessuno ti crede. ma il merito di Christa Wolf è stato quello di farci ricordare perché aver allontanato il mito dalla nostra vita ha causato una frattura che non possiamo più rimarginare da soli.

Ma chi ha potere su ciò che gli viene in mente?

quando apollo ti sputa in bocca, è la bellezza a tormentarti. la necessità mai finita di raccontare bene e male a chi non vuole comprendere che essi coesistono nello stesso tempo, e luogo, e corpo, e azione. la necessità impellente di prospettare la morte, che non ha poesia, non ha senso, però esiste, ed è la certezza più concreta che possediamo.
quando abbiamo smarrito il mito, allontanandolo dalla nostra vita, abbiamo deciso di abbracciare la via più semplice per capire la vita, l’amore, la sofferenza, la lontananza, la sconfitta, il tormento ed ogni altro umano sentimento che per noi è diventato un’unione semplificata tra manifestazioni esteriori, una causa interiore, un effetto concreto e una zona grigia senza morale, senza spiegazione e, in definitiva, senza interesse. eppure è lì, in quella zona di grigio che ci accomuna, che si annida l’essenza della vita: saper comprendere le ragioni universali di ognuno, capire ciò che ci spinge verso il futuro non per tentare di ingannare o procrastinare il destino, quanto per rendere consapevole e prezioso ogni nostro atto rapportandolo ad esso.

ci mancherà Christa Wolf poiché la sua penna, intrisa della saliva di apollo, ci ha ricordato quanta anima abbiamo immolato sull’altare del corpo immortale,nostra più oscena e immorale resa. ci mancherà, quanto ci mancano Cassandra e le altre.
ed è chiaro a tutti: a Ida Martinelli, che sera dopo sera si consuma nel riportare in vita il dolore di una solitaria che urla controvento; a noi che grazie alla fatica di una poetessa riusciamo finalmente ad ascoltarla. e a capirla.
giacché il mito non serve più che a questo: ascoltare, essere ascoltati.

Risa antiche, di secoli. L’eco, immane, più volte spezzata.
E il sospetto che nulla più verrà all’infuori di questa risonanza.

ehi. andate a vederlo, lo spettacolo.
fatelo per voi.