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test sulle intolleranze

[questo articolo è comparso sul blog del Corriere il 12 luglio 2016]

Ognuno di noi possiede pregiudizi e stereotipi. Perché la nostra mente è pigra, perché abbiamo bisogno di illuderci che possiamo controllare la complessa realtà in cui viviamo, perché non ci è umanamente possibile approfondire ogni argomento, perché ammettere i propri limiti è un esercizio di correttezza e umiltà niente affatto facile.
Gli stereotipi sono come delle foto sfocate: rappresentazioni sommarie della realtà che formuliamo nella nostra mente e che ci impediscono di cogliere e apprezzare dettagli e differenze individuali.
I pregiudizi, invece, sono giudizi negativi che abbiamo acquisito prima di conoscere la realtà, che si radicano in noi, che si conservano intatti e inattaccabili anche quando sono oggettivamente confutati.
Stereotipi e pregiudizi ci arrivano dall’ambiente in cui siamo nati e da quello in cui viviamo ogni giorno, reale e virtuale, dalla nostra cultura, dalle persone che frequentiamo, da persone che stimiamo, dalla nostra professionalità, dalle nostre paure e persino dalle nostre ambizioni.
Gli stereotipi spesso portano ai pregiudizi che, a loro volta, possono avere deviazioni quali l’odio, la discriminazione, la violenza.
Per questo è importante conoscerli e combatterli; partendo dai nostri.

Al link qui sotto potete vedere un’immagine pubblicata da un profilo pubblico di medicina legale su Instagram. Si tratta di un cuore colpito da un proiettile.
Guardatela non più di un minuto. Poi tornate su questo post.

>> IMMAGINE <<

Ora che l’avete vista, rispondete a queste domande. Almeno una risposta è corretta.

È un uomo bianco?
È nero?
È asiatico?
È musulmano?
È cattolico?
È vecchio?
È giovane?
È etero?
È gay?
Era solo?
È un suicidio?
È un omicidio?

Vi dò un indizio: la persona è stata giustiziata con un solo colpo di pistola al cuore.
È una vittima?
Se l’è meritato?
È uno spacciatore?
È un violento?
È un tossicodipendente?
È un delitto di mafia?
È italiano?
È europeo?
È alto?
È robusto?
È un poliziotto?
È moro?
È calvo?
È tatuato?
È obeso?
È muscoloso?
È una donna?
È incinta?
È stato il marito?

Per sapere la risposta, continuate a leggere il post.

la generazione dei corpi tiepidi

l’Huffington Post ha pubblicato nei giorni scorsi un bellissimo post di Krysti Wilkinson, che oltre a essere una donna intelligente, ha la mia stessa fatale dipendenza: il gelato.
il post ha un titolo senza possibilità di obiezione: We are the generation who doesn’t want relationships, noi siamo la generazione che non vuole relazioni. per la versione italiana del portale Milena Sanfilippo ne ha fatto una traduzione efficace. come sempre, nella nostra lingua tutto suona più dolce. ma il messaggio è chiaro; e seppure in disaccordo, sul merito o sulle argomentazioni, non di meno non lo possiamo ignorare.

*

We want a second coffee cup in our Instagrams of lazy Saturday mornings, another pair of shoes in our artsy pictures of our feet. We want a Facebook official relationship every one can like and comment on, we want the social media post that wins #relationshipgoals. We want a date for Sunday morning brunch, someone to commiserate with during the drudge of Mondaze, a Taco Tuesday partner, someone to text us good morning on Wednesday. We want a plus one for all the weddings we keep getting invited to (how did they do it? How did they find their happily ever after?). But we are the generation who doesn’t want a relationship.

We swipe left in hopes of finding the right person. We try to special order our soulmate like a request on Postmates. We read 5 Ways to Know He’s Into You and 7 Ways to Get Her to Fall For You, in hopes of being able to upcycle a person into a relationship like a Pinterest project. We invest more time in our Tinder profiles than our personalities. Yet we don’t want a relationship.

Cinque cose che ho imparato andando al cinema a Roma

Faccio outing: per andare al cinema io devo farmi forza. Nessun audio evoluto, schermo plasmato, effetto specializzato riesce mai davvero a ripagarmi della forzosa convivenza coi miei simili nella stessa gabbia, seppur dotata di tanti tantissimi comfort. Esistono però le eccezioni che valgono il sacrificio. Come film che vanno assolutamente visti sul grande schermo. E come contesti socio-culturali che nel cinema si condensano al massimo, rendendo l’esperienza unica e indimenticabile. È il caso di Roma, dove amiche persino più snob di me mi raccontano da anni aneddoti e dettagli delle proiezioni in sala nelle capitale da farmi salire una curiosità irresistibile. Così, mercoledì sera, con qualche ora di solitudine, mi sono preparata e sono entrata per la prima volta in un cinema romano. Confesso: non sentendomi pronta all’estremo, ho optato per un filmone (The Revenant) in lingua originale con sottotitoli. Ed ecco cinque cose che posso garantirvi succedono davvero in una sala di cinema a Roma durante le proiezioni.

1. Puntualità questa sconosciuta.
La prima cosa che ho imparato è che gli orari di proiezioni sono indicativi, per non dire a casaccio. La proiezione che doveva iniziare alle 21, nel mio caso, è iniziata quasi alle 21,20. Prima c’è stato un lungo buio, poi tanta pubblicità, poi ancora del buio. In mezzo, noia immotivata e convivenza forzata con altri esseri umani. Non ero preparata.

2. Guarda come mangi.
Se qualcuno vi racconta di sale invase da sacchetti della spesa pieni di cibarie, decilitri di bibite gassate con rutto libero incorporato, frigoriferi portatili e spuntini consumati ininterrottamente per l’intera durata della proiezione, bhè: credetegli. Nella mia fila, c’era una compagnia di dodici persone con un pallet di birra rossa da discount. Salute.

3. Piscia che ti passa.
Se bevi litri di birra rossa, poi è ovvio che farai tanta plin plin! Per fortuna, nella borsa del discount non c’erano dei pappagalli per pisciare direttamente al posto.

4. Illuminami di senso.
Esiste -ne sono certa- una spiegazione plausibile

Le bestie

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Io non sono un uomo. Ma se lo fossi, credo che in questi giorni più di altri sarei preda di un cortocircuito emotivo e di autostima, per il mio genere e forse anche per me. Tre episodi su tutti che dominano i nostri media. A Colonia, mille uomini festeggiano Capodanno molestando le donne in stazione; polizia e sindaco ricordano alle signore che un po’ se la sono cercata. Record del New York Times per l’ottimo articolo firmato da Rukmini Callimachi sulla minoranza Yazidi che include lo stupro tra le pratiche devozionali; l’articolo però generalizza e titola “L’ISIS incoraggia una teologia dello stupro”. E poi il toccante ritorno accanto ai figli di Pinky, la donna di Dello che il marito ha tentato di uccidere dandole fuoco. I bambini, che sono meravigliosi di fronte alle tragedie, ricordano a tutti che «la mamma è da toccare con attenzione». Quando toccò a me uscire da una relazione conflittuale e violenta, mia figlia sentenziò: «Mamma, non devi più voler bene a qualcuno che non ti vuole bene». Ha ragione lei.

Odio chi odia il Capodanno

Odio chi odia il Capodanno.
No, non è vero. Però detesto leggere a rimpallo da anni lo stesso brevissimo testo di Antonio Gramsci, proposto come se fosse una scheggia impazzita di cinismo e disincanto.
Gramsci ha scritto cose intelligenti. Anche questa naturalmente lo è. Ma prima di identificarsi con Gramsci bisognerebbe aver vissuto almeno in parte la sua vita.

Io non odio il Capodanno. Nemmeno lo amo. Però ne ho profondamente bisogno. Così come sono convinta che tutti noi ne abbiamo bisogno. Ancora di più da quando viviamo immersi in questa melma di socialità deviata a cui ci hanno rapidamente abituato i social network. La finestra sul mondo che ogni mattina apriamo snobbando nel 95 per cento dei casi il resto del web e che usiamo per affermare in eterno il nostro presente, sempre uguale a se stesso, fatto di buonismo, insulti anonimi che tali devono restare pena la censura e l’esilio, panorami struggenti, critiche senza destinatari, rabbia, gattini, bambini, e tutto il cibo e il sesso che ci è pubblicamente concesso.
Abbiamo bisogno del Capodanno perché non abbiamo più il senso del tempo. Perché abbiamo il terrore di fare un bilancio serio e approfondito degli scenari che ci circondano. Il Capodanno ci serve per vedere che non nevica più, che non c’è più freddo, che la nostra è una mezza stagione perenne, un medioevo antimoderno in cui non abbiamo rimesso in fila il passato più recente ed evitiamo di pensare al futuro per non cadere in depressione.
Io ho bisogno del Capodanno per fermarmi e alzare la testa, almeno una volta l’anno, e capire se ce l’ho ancora un piano a lungo termine, un’ambizione di vita, un senso e una direzione, e ogni giorno non è semplicemente uguale all’altro, occhi bassi e tirare avanti. Ho bisogno di una data in cui vedere i miei figli che crescono e capire se sto facendo qualcosa per loro o se, come hanno fatto i miei genitori e i loro genitori prima di loro, sto vendendo anch’io il loro futuro, gli tolgo l’acqua e l’aria, gli consegno un mondo in guerra, nessun passato su cui riflettere, né una coscienza collettiva, né la forza di riconoscere i diritti e lottare per essi.

Non c’è niente di male a fare un bilancio. E con buona pace di Gramsci, è quanto meno da trent’anni che siamo passati dall’avere un’economia di mercato all’essere una società di mercato: saper fare bilanci e allenare il pensiero economico non è solo una qualità, ma una necessità.
Anch’io come Gramsci vorrei ogni giorno rinnovarmi e fare i conti con me stessa, con la consapevolezza di sapere se sono dalla parte dei virtuosi o da quella degli oscurantisti; ma vivo in una società che non è più moderna perché ha perso i pilastri di riferimento e costruzione di ogni società moderna e progressista, illuminata e giusta, ciòè quelli della formazione, dell’informazione e dell’opinione.
Nessuno che viva nel mio mondo può permettersi di citare Gramsci

perché io e Elena Ferrante non possiamo stare su Facebook

Mettiamo che siete lì, in spiaggia, e vi state ciucciando un Calippo. Oppure siete al bar e vi scappa l’occhio su un pacchetto di BigBabol. O magari è una sera noiosa di fine estate e decidete di farvi un giro agli autoscontri.
Mettiamo che vi salga così, improvvisamente, un guizzo tardivo della vostra adolescenza. E mettiamo che in questo guizzo vi venga voglia di fare uno scherzone di quelli potenti. Tipo quando mettevate il dentifricio nel sacco a pelo del compagno di tenda in campeggio. O quando allungavate lo smalto della vostra amichetta con la benzina.
Insomma.
Ci pensate e poi… intuizione: và che banno tizio o tizia da Facebook. Sai le risate??!

Far cancellare l’account di qualcuno è molto facile perché a Facebook gli stiamo sulle palle preventivamente praticamente tutti.
Pensatelo un po’ come un adulto che vuole farsi i fatti suoi e voi siete dei bambinoni isterici che state lì e insistete per interagire e discutere e condividere notizie, video, foto, eccetera eccetera eccetera. Basta che all’adulto un paio di voi facciano rimostranza perché siate messi all’angolo, in castigo. O rispediti da dove siete venuti.
Volete far cancellare un account Facebook? Bastano due mosse.
1) Segnalate le sue foto. Non importa per cosa. Voi segnalate. In Facebook non vi si richiede di pensare per quale motivo siete degli stronzi; ve li fornisce lui. C’è anche un generico “mi dà fastidio” che va bene per chiunque.
2) Segnalate il suo account. Dite che non è vero, che è un bugiardone, che ha mentito, che è lui non siete voi. Insomma: chiamate la maestra e fate quelli innocenti e piagnoni.
È meglio se questa cosa la fate in due. Cioè se la persona la segnalate in due. Così sembra più vero.
Al limite, fatevi un account falso da usare per necessità.

Ecco. Se avete segnalato abbastanza foto e vi siete portati un testimone (anche se siete sempre voi sotto falso nome) la vostra vendetta è compiuta.
Ora lui o lei o quel che è per Facebook sarà un utente morto.
Niente più post, niente più foto, niente più messaggi privati, niente più contatti. Per i suoi friends (non chiamiamoli amici: in fondo, anche voi eravate uno di loro!) solo un campo di ricerca vuoto, che si aggiorna inutilmente, per l’eternità, vagando nel web alla ricerca di un utente fantasma.
Per lui, una mail automatica che lo condanna a quella parte del mondo che vive senza Facebook (anche se voi non capite come sia possibile).

A me è successo proprio così. E dunque vi scrivo dal regno degli avatar cadaveri.
Per raccontarvi una cosa strana che sta succedendo.
No, non il fatto di essere stata bannata. Ognuno ha diritto alla sua imbecillità. Lui o lei non lo sa, ma mi ha fatto un favore (credetemi: c’è ancora un sacco di web interessante qua fuori!).

Però non ha fatto un favore a Facebook, con cui ora ho in corso una battaglia a colpi di cavilli per un motivo molto semplice: non amo essere ricattata.

il buco di bilancio [se il sesso anale fa bene all’economia]

un amico mi segnala una notizia su Il Post che riassume sinteticamente il dibattito in corso dopo la pubblicazione di un’articolo firmato dalla data-journalist Mona Chalabi per il sito FiveThirtyEight. il pezzo è basato sul celebre studio dell’Università dell’Indiana pubblicato per il NSSHB – National Survey of Sexual Health and Behavior nel 2010, il più vasto e complesso in termini di monitoraggio della sessualità umana dai tempi del rapporto Kinsey e condotto su oltre 6000 soggetti tra i 14 e i 94 anni.

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la Chalabi rimescola le statistiche e mette in relazione il gender gap e relazioni umane, a letto e in molti altri posti, compresa l’economia. così, se durante il sesso un uomo viene più o meno sempre, per le donne raggiungere l’orgasmo non è così facile. ma la statistica ci dice che esiste un’eccezione: quella dei rapporti che includono il sesso anale.
ed ecco che in pochi giorni si è scatenato un dibattito tra giornalisti, sociologi ed economisti il cui verdetto quasi unanime può essere riassuno così: praticare più sesso anale ci aiuterebbe a risollevare l’economia.

Ma che amore!

L’amore è un sentimento intenso e profondo di affetto, simpatia e adesione, rivolto verso una persona, un animale, un oggetto o verso un concetto, un ideale. Oppure può venire definito, sotto un altro punto di vista (scientifico), un impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona.

inizia così.
e io non l’avevo mai letta la voce “amore” su wikipedia.
se siete curiosi, la trovate qui.
una pagina triste, mesta, banale, in cui l’unico guizzo di interesse lo si intuisce dalle voci correlate. ma tant’è. per fortuna, nel mondo reale e perfino in quello virtuale. si ama molto meglio di così.

L’orrore normale

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Sto conducendo in questi giorni un’inchiesta sugli uomini violenti che finiscono per trasformarsi in carcerieri, torturatori e addirittura assassini. Il pretesto è un caso VIP: quello di Pistorius, atleta di fama mondiale, uomo di grande ambizione e determinazione in grado di abbattere la barriera che separa sportivamente i sani dai mutilati, ma che nel privato era noto per essere un compagno violento e irascibile.
Nel condurre ricerche sul femminicidio, come al solito, mi sono imbattuta nel dipanarsi graduale della violenza. Il femminicidio è l’ultimo atto, quello in cui la protagonista muore. Ma prima c’è la sua lunga e dolorosa storia.
Io che per mestiere nella mia vita comunico, quando affronto questo tema mi sento in dovere ogni volta di richiamare quella che reputo la verità più dolorosa ma utile: la violenza è quotidiana e spesso invisibile, nascosta dalla banalità e dall’ordinarietà, da un aspetto mite, dall’ammonimento costante a non insinuare il dito o il dubbio sulle altrui relazioni.

Esiste un sito che si chiama In quanto donna.
Lo cura una donna, Emanuela Valente, che ha iniziato negli anni a raccogliere i nomi e i volti di chi ha ucciso (uomini) e di chi è stata uccisa (donne, spesso anche figlie).
Scorrendo i ritratti degli assassini la cosa più sconcertante è la loro normalità.
Sotto a facce che sono quelle di un padre, di un panettiere, di un postino, di un dottore ci sono didascalie raccapriccianti:
– Luigi Faccetti, 24 anni. Massacra con 14 coltellate la fidanzata, che si salva, e viene condannato a 8 anni. Dopo 10 mesi gli vengono concessi i domiciliari, fa sequestrare l’ex fidanzata e la uccide con 66 o 80 coltellate, di cui 20 al cuore. Condannato a 30 anni con rito abbreviato, pena confermata in appello il 31 gennaio 2013.
– Ruggero Jucker detto Poppy, 36 anni, rampollo della Milano bene, Re della zuppa. Fa a pezzi la fidanzata con un coltello da sushi e lancia i pezzi in giardino. Condannato a 30 anni in primo grado, pena patteggiata in appello e scesa a 16 poi ulteriormente ridotta a 13. Ha già usufruito di 720 giorni di libertà come permessi premio e avrebbe dovuto essere libero da giugno 2013, ma la scarcerazione è stata anticipata per buona condotta (13 febbraio 2013).
– Maurizio Iori, 49 anni, primario oculista. Accusato di aver avvelenato l’amante e la figlioletta di due anni, condannato all’ergastolo e 2 anni di isolamento diurno (Sentenza 18 gennaio 2013).
– Antonio Giannandrea, 18 anni, studente. Picchia, soffoca e sgozza la fidanzata con un coltello da cucina. Poi getta il corpo in un burrone e tenta di depistare le indagini. Chiesti 16 anni con rito abbreviato.


Dentro questo sito ci sono anche loro:
– Desiree Piovanelli, 14 anni, studentessa. Accoltellata e morta dissanguata dopo un’ora e mezzo di agonia, con i piedi legati con un nastro da pacchi, dal cosiddetto “branco di Leno”: 4 amici di infanzia, di cui solo uno maggiorenne.
– Patrizia Maccarini, 43 anni, operaia. Uccisa con una coltellata al cuore dall’ex fidanzato.
– Hina Saleem, 20 anni, lavorava in una pizzeria. Sgozzata e seppellita nell’orto dal padre, due cognati e uno zio.
– Francesca Alleruzzo, 44 anni, mamma di 4 figlie, maestra. Uccisa a fucilate dall’ex che ha ucciso anche il nuovo compagno di lei, Vito Macadino, e si è poi recato in casa dove ha ucciso una delle figlie, Chiara, 19 anni e il suo ragazzo Domenico Tortorici.
– Monia Del Pero, 19 anni. Strangolata, denudata, messa in un sacco della spazzatura e nascosta in una conduttura delle acque dall’ex fidanzato.
– Moira Squaratti, 26 anni, assistente in uno studio dentistico e volontaria Avis. Picchiata, strangolata e uccisa con 15 coltellate dal fidanzato.

Ieri in piazza abbiamo ballato anche per loro. Scacciando, con la gioia della danza, la terribile sensazione che l’anno che sta arrivando non sarà migliore di quello passato.
Ancora per troppe donne come noi.

Cansa de ser sexy

Abbiamo creato un mostro!
Personalmente, ne ho sentito parlare al bar dell’ospedale. Se ne discuteva tra baristi, OST, chirurghi, professori emeriti e pazienti. Un’amico mi ha inviato un sms dal gate d’imbarco a Malpensa: anche lì se ne parlava tra passeggeri, guardie e hostess. A uno stuart disinteressato è stato dato del gay. Altre segnalazioni mi sono arrivate da uffici postali, esercizi pubblici, stanze del potere, persino da un consiglio comunale.

Quando se ne parla, sono chiamate in causa tutte le passioni deviate dell’uomo: l’invidia, la gelosia, la lussuria, il peccato, il tradimento, il senso del possesso, l’avidità.
Come la protagonista di una fiction ispirata a una trama shakespeariana, Laura Maggi ha invaso le nostre vite risvegliando passioni e assommando in sé la vecchia parabola della tentatrice, colei che coglie la mela e rende l’uomo vulnerabile e le altre donne rosicone.

Quando la redazione del Corriere della Sera mi ha chiesto di fare un commento alla linea gestionale del bar di Bagnolo, avevo in mente un mio piccolissimo omaggio allo stile di Aldo Grasso. Volevo portare il dibattito a un livello di analisi comparativa: la barista che si spoglia per aumentare il cassetto come le vallette di Sanremo nude per alzare lo share.
Con il senno di poi, mi rendo conto di essere stata troppo buona.

La questione è molto semplice: un pubblico esercizio deve sottostare alle normative che lo regolano. Il che significa che servire il caffè a capezzoli scoperti o girare con micro gonne senza mutande rientra appieno nel reato di atti osceni in luogo pubblico. Potete trovarne traccia nell’art. 527 e seguenti, ossia:
527: atti osceni
528: pubblicazioni e spettacoli osceni
529: atti e oggetti osceni -nozione.

L’art. 527 del codice penale italiano prevede che

chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni.

Se la persona è handicappata, l’art. 36, comma 1 della legge 104/1992 inasprisce la pena di un terzo. Se invece “il fatto avviene per colpa, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da cinquantuno euro a trecentonove euro” come previsto dal secondo comma.
Perché si parli di reato, l’atto deve:
– essere osceno,
– essere commesso in un luogo pubblico, al quale cioè chiunque può accedere senza limitazioni di sorta e/o in un luogo aperto al pubblico e/o in un luogo esposto al pubblico.
Direi che siamo tutti d’accordo sul fatto che un bar-tabacchi rientra perfettamente in questa categoria.

A questo punto, il dibattito si sposta. E la questione diventa precisamente questa: se Laura Maggi è bella, può essere accusata di atti osceni in luogo pubblico?
La legge non prevede distinzioni tra belli e brutti; dunque la risposta è sì.

Laura Maggi mentre si asciuga le mani con discrezione

 

Laura Maggi mentre prepara i caffè

L’obiezione più diffusa (e utilizzata dalla stessa Maggi) è che il movente delle polemiche sulla gestione del suo esercizio sia l’invidia e la gelosia. Possiamo considerarla un’attenuante?
La legge presuppone che individui adulti nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali possano gestire le emozioni che normalmente animano la loro vita, comprese dunque la gelosia e l’invidia. Anche in questo caso, dunque, nessuna attenuante.

Laura Maggi mentre si fa un’analisi di coscienza

 

Laura Maggi mentre espone la regolare licenza

 

Si apre dunque un dibattito sulla pagina di Facebook in cui gli “Amici di Maggi Laura” pubblicano -tra le varie foto- la pagina del Corriere con l’articolo che la riguarda. Seleziono, per ovvi motivi di spazio (e altrettanti di estrema noia) i più significativi. Ossia:

Maurizio Botta – Il problema non è suo è delle consorti bigotte.
Stefano Gremo Fois – L’invidia brutta bestia fregatene l’importante è la felicità
Pietro Rossini – Che tristezza l’invidia.
Daniele Tesconi – Certo che se le moglie la daressero di piu e in modo diverso i mariti non andrebbero a cercare al trove dico bene?
Mauro Bonometti – Le mogli dopo che si sposano son sempre in tuta felpa papucce e con i mutandoni poi si lamentano se il marito va da quelle messe giuste
Stefano Lancini – Brava laura sei bellissima… sono solo gelose perchè sei più sexy di loro…
Luciano Zucca – Se mogli/fidanzate/amiche/parenti si dimostrassero più “gentili”, “carine” e “socevoli” con i loro congiunti non avrebbero nulla da temere da Laura!
Arianna Piazzetti – Tanto scalpore per cosa! Donne, ma voi che giudicate lei per il suo modo un po…stravagante… non vi vergognate alla festa della donna che andate a vedere gli spogliarelli e non commento gli sguardi di quando lo vedete…
Giordano Zaglio – Laura non fa del male a nessuno anzi dovrebbero ringraziarla che quando i mariti /fidanzati rientrano scaricano le loro attenzioni sulle proprie compagne.
Marco Gritti – Ma non anno un cazzo da fare le mogli a parte rompere le balle per un bar che lavora ..solo gelosia perche non possono permetterselo un kiss su quella linguetta

Dagli elegantissimi commenti, emerge chiaramente il tema dell’imitazione di modelli televisivi comunemente accettati e dunque, idealmente, replicabili nella vita di ogni giorno come espressione di libertà individuale e addirittura di coraggio. Non solo: ritorna il tema dell’invidia, soprattutto femminile, per un esemplare di bellezza e sensualità disinibita.
E infine, prende il sopravvento la maledizione di Eva: quando si tratta di sessualità, un uomo è innocente a priori.
La sua bestiale eccitazione deve essere vissuta da una donna come un premio, accolta come una benedizione, coltivata come missione primaria intorno a cui far ruotare la propria vita. Su questo principio, la femmina più volte posseduta diventa ipso facto poco attraente, noiosa; e dunque si ha il pieno diritto di rigettarla. E di nuovo sono le donne non solo a dover operare un mea-culpa per la mancata erotizzazione costante del proprio maschio, ma addirittura a ringraziare la barista Maggi per essere riuscita ad accendere il suo meccanico e più basso istinto spermatico.

E questo è il punto in cui sta la vera differenza.
Perché sul fatto che la legge debba intervenire e imporre all’esercizio pubblico di Bagnolo una condotta consona alle leggi dello stato in cui opera è un dato di fatto. Laura Maggi e le sue amiche sono libere di continuare la propria attività nei modi che preferiscono entro i limiti di legge. Il che significa che un pubblico esercizio in cui coesistano caffè e capezzoli potrà continuare ad esercitare solo se la giunta approverà nelle prossime settimane il nudismo come pratica accolta e accettata in Bagnolo.
Resta invece una distanza insormontabile tra questa barista e la sensualità. E direi che è ben rappresentato dal video realizzato da Studio Aperto e che potete trovare qui.

Galeotto fu il tampax

Al minuto 00:38, Laura si esibisce in una camminata ancheggiante per far capire allo spettatore tutta la sua carica erotica.
Il cameraman, allenato alla scuola Mediaset, la riprende da terra, con una prospettiva da sotto la gonna.
Per qualche secondo, dallo slip di Laura osserviamo il filo del tampax che scende e sventola.
Direi che in questo filmato è racchiuso il senso dell’erotismo incarnato da Laura Maggi. Che, non so a voi, ma a me fa lo stesso effetto del super porno show di fantozziana memoria.

Il caso di Bagnolo apre una ferita dolorosa, quella di un mondo in cui una sessualizzazione selvaggia, promossa dai media corporativi (tutti, indistintamente) e accettata da ogni componente della società (tutti, nessuno escluso) ha portato uomini e donne a sentirsi parte di una sorta di guerra erotica, in cui il sesso è un’arma, la sensualità una prova di forza, lo scambio sessuale una transazione e in cui sia necessario essere il più forte.
Mi dispiace per gli amici di Maggi Laura: io resto dell’opinione che la seduzione e l’eros stiano da un’altra parte.
Che forse sarà così nascosta da dubitare ogni tanto perfino che esista, come il punto G. Ma che di certo non si trova tra il filo dell’assorbente e un tanga troppo sottile per contenerlo.