Posts Tagged: social network

la generazione dei corpi tiepidi

l’Huffington Post ha pubblicato nei giorni scorsi un bellissimo post di Krysti Wilkinson, che oltre a essere una donna intelligente, ha la mia stessa fatale dipendenza: il gelato.
il post ha un titolo senza possibilità di obiezione: We are the generation who doesn’t want relationships, noi siamo la generazione che non vuole relazioni. per la versione italiana del portale Milena Sanfilippo ne ha fatto una traduzione efficace. come sempre, nella nostra lingua tutto suona più dolce. ma il messaggio è chiaro; e seppure in disaccordo, sul merito o sulle argomentazioni, non di meno non lo possiamo ignorare.

*

We want a second coffee cup in our Instagrams of lazy Saturday mornings, another pair of shoes in our artsy pictures of our feet. We want a Facebook official relationship every one can like and comment on, we want the social media post that wins #relationshipgoals. We want a date for Sunday morning brunch, someone to commiserate with during the drudge of Mondaze, a Taco Tuesday partner, someone to text us good morning on Wednesday. We want a plus one for all the weddings we keep getting invited to (how did they do it? How did they find their happily ever after?). But we are the generation who doesn’t want a relationship.

We swipe left in hopes of finding the right person. We try to special order our soulmate like a request on Postmates. We read 5 Ways to Know He’s Into You and 7 Ways to Get Her to Fall For You, in hopes of being able to upcycle a person into a relationship like a Pinterest project. We invest more time in our Tinder profiles than our personalities. Yet we don’t want a relationship.

Odio chi odia il Capodanno

Odio chi odia il Capodanno.
No, non è vero. Però detesto leggere a rimpallo da anni lo stesso brevissimo testo di Antonio Gramsci, proposto come se fosse una scheggia impazzita di cinismo e disincanto.
Gramsci ha scritto cose intelligenti. Anche questa naturalmente lo è. Ma prima di identificarsi con Gramsci bisognerebbe aver vissuto almeno in parte la sua vita.

Io non odio il Capodanno. Nemmeno lo amo. Però ne ho profondamente bisogno. Così come sono convinta che tutti noi ne abbiamo bisogno. Ancora di più da quando viviamo immersi in questa melma di socialità deviata a cui ci hanno rapidamente abituato i social network. La finestra sul mondo che ogni mattina apriamo snobbando nel 95 per cento dei casi il resto del web e che usiamo per affermare in eterno il nostro presente, sempre uguale a se stesso, fatto di buonismo, insulti anonimi che tali devono restare pena la censura e l’esilio, panorami struggenti, critiche senza destinatari, rabbia, gattini, bambini, e tutto il cibo e il sesso che ci è pubblicamente concesso.
Abbiamo bisogno del Capodanno perché non abbiamo più il senso del tempo. Perché abbiamo il terrore di fare un bilancio serio e approfondito degli scenari che ci circondano. Il Capodanno ci serve per vedere che non nevica più, che non c’è più freddo, che la nostra è una mezza stagione perenne, un medioevo antimoderno in cui non abbiamo rimesso in fila il passato più recente ed evitiamo di pensare al futuro per non cadere in depressione.
Io ho bisogno del Capodanno per fermarmi e alzare la testa, almeno una volta l’anno, e capire se ce l’ho ancora un piano a lungo termine, un’ambizione di vita, un senso e una direzione, e ogni giorno non è semplicemente uguale all’altro, occhi bassi e tirare avanti. Ho bisogno di una data in cui vedere i miei figli che crescono e capire se sto facendo qualcosa per loro o se, come hanno fatto i miei genitori e i loro genitori prima di loro, sto vendendo anch’io il loro futuro, gli tolgo l’acqua e l’aria, gli consegno un mondo in guerra, nessun passato su cui riflettere, né una coscienza collettiva, né la forza di riconoscere i diritti e lottare per essi.

Non c’è niente di male a fare un bilancio. E con buona pace di Gramsci, è quanto meno da trent’anni che siamo passati dall’avere un’economia di mercato all’essere una società di mercato: saper fare bilanci e allenare il pensiero economico non è solo una qualità, ma una necessità.
Anch’io come Gramsci vorrei ogni giorno rinnovarmi e fare i conti con me stessa, con la consapevolezza di sapere se sono dalla parte dei virtuosi o da quella degli oscurantisti; ma vivo in una società che non è più moderna perché ha perso i pilastri di riferimento e costruzione di ogni società moderna e progressista, illuminata e giusta, ciòè quelli della formazione, dell’informazione e dell’opinione.
Nessuno che viva nel mio mondo può permettersi di citare Gramsci

perché io e Elena Ferrante non possiamo stare su Facebook

Mettiamo che siete lì, in spiaggia, e vi state ciucciando un Calippo. Oppure siete al bar e vi scappa l’occhio su un pacchetto di BigBabol. O magari è una sera noiosa di fine estate e decidete di farvi un giro agli autoscontri.
Mettiamo che vi salga così, improvvisamente, un guizzo tardivo della vostra adolescenza. E mettiamo che in questo guizzo vi venga voglia di fare uno scherzone di quelli potenti. Tipo quando mettevate il dentifricio nel sacco a pelo del compagno di tenda in campeggio. O quando allungavate lo smalto della vostra amichetta con la benzina.
Insomma.
Ci pensate e poi… intuizione: và che banno tizio o tizia da Facebook. Sai le risate??!

Far cancellare l’account di qualcuno è molto facile perché a Facebook gli stiamo sulle palle preventivamente praticamente tutti.
Pensatelo un po’ come un adulto che vuole farsi i fatti suoi e voi siete dei bambinoni isterici che state lì e insistete per interagire e discutere e condividere notizie, video, foto, eccetera eccetera eccetera. Basta che all’adulto un paio di voi facciano rimostranza perché siate messi all’angolo, in castigo. O rispediti da dove siete venuti.
Volete far cancellare un account Facebook? Bastano due mosse.
1) Segnalate le sue foto. Non importa per cosa. Voi segnalate. In Facebook non vi si richiede di pensare per quale motivo siete degli stronzi; ve li fornisce lui. C’è anche un generico “mi dà fastidio” che va bene per chiunque.
2) Segnalate il suo account. Dite che non è vero, che è un bugiardone, che ha mentito, che è lui non siete voi. Insomma: chiamate la maestra e fate quelli innocenti e piagnoni.
È meglio se questa cosa la fate in due. Cioè se la persona la segnalate in due. Così sembra più vero.
Al limite, fatevi un account falso da usare per necessità.

Ecco. Se avete segnalato abbastanza foto e vi siete portati un testimone (anche se siete sempre voi sotto falso nome) la vostra vendetta è compiuta.
Ora lui o lei o quel che è per Facebook sarà un utente morto.
Niente più post, niente più foto, niente più messaggi privati, niente più contatti. Per i suoi friends (non chiamiamoli amici: in fondo, anche voi eravate uno di loro!) solo un campo di ricerca vuoto, che si aggiorna inutilmente, per l’eternità, vagando nel web alla ricerca di un utente fantasma.
Per lui, una mail automatica che lo condanna a quella parte del mondo che vive senza Facebook (anche se voi non capite come sia possibile).

A me è successo proprio così. E dunque vi scrivo dal regno degli avatar cadaveri.
Per raccontarvi una cosa strana che sta succedendo.
No, non il fatto di essere stata bannata. Ognuno ha diritto alla sua imbecillità. Lui o lei non lo sa, ma mi ha fatto un favore (credetemi: c’è ancora un sacco di web interessante qua fuori!).

Però non ha fatto un favore a Facebook, con cui ora ho in corso una battaglia a colpi di cavilli per un motivo molto semplice: non amo essere ricattata.

Pezzo per San Valentino

Questo è un pezzo per San Valentino.
Ed è un pezzo che voglio scriverlo. Più o meno da quando ho letto sul sito del Corriere un’indagine che conferma quello che penso: la tecnologia fa male all’amore. Non fraintendetemi: come tutti, anch’io sono dipendente dai miei device, con gli amici chatto più di quanto esco, e se voglio cercare qualcosa apro prima un motore di ricerca che un cassetto. In mezzo a tutta questa frenesia tra reale e virtuale ecco che è arrivato un bug imprevedibile: mi sono innamorata. E tutto è diventato complicato, perché quando poi ti innamori la vita virtuale ti sembra quello che è: utile, certo, ma anche inconsistente, irreale, immateriale se poi non ha riscontro nella realtà concreta, pratica, tangibile. Una volta ho letto i risultati di una ricerca che stimava la velocità ideale delle carezze: tra i 3 e i 5 cm al minuto. E il fatto è che la virtualità non prevede coccole, tenerezze e altre cosucce che ci rendono persone più felici in tutta la nostra limitata, umana carnalità. In più, la socialità da web è una piaga, quando hai un amore da vivere.