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test sulle intolleranze

[questo articolo è comparso sul blog del Corriere il 12 luglio 2016]

Ognuno di noi possiede pregiudizi e stereotipi. Perché la nostra mente è pigra, perché abbiamo bisogno di illuderci che possiamo controllare la complessa realtà in cui viviamo, perché non ci è umanamente possibile approfondire ogni argomento, perché ammettere i propri limiti è un esercizio di correttezza e umiltà niente affatto facile.
Gli stereotipi sono come delle foto sfocate: rappresentazioni sommarie della realtà che formuliamo nella nostra mente e che ci impediscono di cogliere e apprezzare dettagli e differenze individuali.
I pregiudizi, invece, sono giudizi negativi che abbiamo acquisito prima di conoscere la realtà, che si radicano in noi, che si conservano intatti e inattaccabili anche quando sono oggettivamente confutati.
Stereotipi e pregiudizi ci arrivano dall’ambiente in cui siamo nati e da quello in cui viviamo ogni giorno, reale e virtuale, dalla nostra cultura, dalle persone che frequentiamo, da persone che stimiamo, dalla nostra professionalità, dalle nostre paure e persino dalle nostre ambizioni.
Gli stereotipi spesso portano ai pregiudizi che, a loro volta, possono avere deviazioni quali l’odio, la discriminazione, la violenza.
Per questo è importante conoscerli e combatterli; partendo dai nostri.

Al link qui sotto potete vedere un’immagine pubblicata da un profilo pubblico di medicina legale su Instagram. Si tratta di un cuore colpito da un proiettile.
Guardatela non più di un minuto. Poi tornate su questo post.

>> IMMAGINE <<

Ora che l’avete vista, rispondete a queste domande. Almeno una risposta è corretta.

È un uomo bianco?
È nero?
È asiatico?
È musulmano?
È cattolico?
È vecchio?
È giovane?
È etero?
È gay?
Era solo?
È un suicidio?
È un omicidio?

Vi dò un indizio: la persona è stata giustiziata con un solo colpo di pistola al cuore.
È una vittima?
Se l’è meritato?
È uno spacciatore?
È un violento?
È un tossicodipendente?
È un delitto di mafia?
È italiano?
È europeo?
È alto?
È robusto?
È un poliziotto?
È moro?
È calvo?
È tatuato?
È obeso?
È muscoloso?
È una donna?
È incinta?
È stato il marito?

Per sapere la risposta, continuate a leggere il post.

Le bestie

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Io non sono un uomo. Ma se lo fossi, credo che in questi giorni più di altri sarei preda di un cortocircuito emotivo e di autostima, per il mio genere e forse anche per me. Tre episodi su tutti che dominano i nostri media. A Colonia, mille uomini festeggiano Capodanno molestando le donne in stazione; polizia e sindaco ricordano alle signore che un po’ se la sono cercata. Record del New York Times per l’ottimo articolo firmato da Rukmini Callimachi sulla minoranza Yazidi che include lo stupro tra le pratiche devozionali; l’articolo però generalizza e titola “L’ISIS incoraggia una teologia dello stupro”. E poi il toccante ritorno accanto ai figli di Pinky, la donna di Dello che il marito ha tentato di uccidere dandole fuoco. I bambini, che sono meravigliosi di fronte alle tragedie, ricordano a tutti che «la mamma è da toccare con attenzione». Quando toccò a me uscire da una relazione conflittuale e violenta, mia figlia sentenziò: «Mamma, non devi più voler bene a qualcuno che non ti vuole bene». Ha ragione lei.

Cassandra. la poetessa. la donna. il mito.

Tutto ciò che devono conoscere si svolgerà davanti ai loro occhi, ed essi non vedranno nulla. È così.

quando apollo ti sputa in bocca succede un gran casino. l’ultima a ricordarcelo è stata Christa Wolf, di cui è sul palco all’Elfo fino al 12 febbraio l’indimenticabile Cassandra. in scena, Ida Martinelli, consumata, magra, fiera come lo sono le donne quando vanno a morire sapendo di aver vissuto. in regia, Francesco Frongia, che con uno sguardo entomologico e un rigore beckettiano indaga gli ultimi giorni di chi ha vissuto col macigno del futuro sulle spalle. e per questo, ha sempre saputo di dover morire.

Nel fondo più profondo; nell’intimo più intimo, là dove corpo e anima non sono ancora divisi e dove non giunge parola, né pensiero, seppi tutto.

quando apollo ti sputa in bocca, non hai più scelta. ha vinto lui. tu sei preda, lui è la bestia. lo sono molti uomini, nella vita di Cassandra. lo sono molti uomini. lo è per primo il padre e per ultimo il carnefice. e quello che non è nel gruppo dei violenti, è non di meno tra quelli che abbandonano.
Cassandra muore sola. e a chi conosce il mito dai libri, questa morte può sembrare forse meglio di una vita in cinque parole: tu sai, nessuno ti crede. ma il merito di Christa Wolf è stato quello di farci ricordare perché aver allontanato il mito dalla nostra vita ha causato una frattura che non possiamo più rimarginare da soli.

Ma chi ha potere su ciò che gli viene in mente?

quando apollo ti sputa in bocca, è la bellezza a tormentarti. la necessità mai finita di raccontare bene e male a chi non vuole comprendere che essi coesistono nello stesso tempo, e luogo, e corpo, e azione. la necessità impellente di prospettare la morte, che non ha poesia, non ha senso, però esiste, ed è la certezza più concreta che possediamo.
quando abbiamo smarrito il mito, allontanandolo dalla nostra vita, abbiamo deciso di abbracciare la via più semplice per capire la vita, l’amore, la sofferenza, la lontananza, la sconfitta, il tormento ed ogni altro umano sentimento che per noi è diventato un’unione semplificata tra manifestazioni esteriori, una causa interiore, un effetto concreto e una zona grigia senza morale, senza spiegazione e, in definitiva, senza interesse. eppure è lì, in quella zona di grigio che ci accomuna, che si annida l’essenza della vita: saper comprendere le ragioni universali di ognuno, capire ciò che ci spinge verso il futuro non per tentare di ingannare o procrastinare il destino, quanto per rendere consapevole e prezioso ogni nostro atto rapportandolo ad esso.

ci mancherà Christa Wolf poiché la sua penna, intrisa della saliva di apollo, ci ha ricordato quanta anima abbiamo immolato sull’altare del corpo immortale,nostra più oscena e immorale resa. ci mancherà, quanto ci mancano Cassandra e le altre.
ed è chiaro a tutti: a Ida Martinelli, che sera dopo sera si consuma nel riportare in vita il dolore di una solitaria che urla controvento; a noi che grazie alla fatica di una poetessa riusciamo finalmente ad ascoltarla. e a capirla.
giacché il mito non serve più che a questo: ascoltare, essere ascoltati.

Risa antiche, di secoli. L’eco, immane, più volte spezzata.
E il sospetto che nulla più verrà all’infuori di questa risonanza.

ehi. andate a vederlo, lo spettacolo.
fatelo per voi.