Posts Tagged: relazioni

bis bastùner

un giorno d’estate passeggiavamo in due su per gli appennini. era una giornata fresca. senza davvero deciderlo, abbiamo preso la strada dietro casa sua, risalito la radura, camminato a lungo nel bosco, in penombra, fino alle rovine di una rocca dove lui avrebbe dovuto tenere un concerto da lì a pochi giorni. come sempre facciamo quando abbiamo il tempo di incontrarci – e non semplicemente di vederci – parlavamo d’amore. è una delle cose che ci lega. riflettiamo l’uno nell’altra una visione piuttosto disincantata delle relazioni; allo stesso tempo, condividiamo la stessa dannazione: amare sempre e mai allo stesso modo. così, ci tocca ammettere che ci innamoriamo in continuazione, sempre di nuove persone. ogni volta, amiamo così tanto che ci crediamo; e diciamo che stavolta dura ed è per sempre. ed è così bello perché ogni amore che ci raccontiamo è nuovo e anche lo conosciamo già, perché poi ci innamoriamo sempre più o meno dello stesso tipo di persone. come succede a tutti, del resto. intanto, a casa

la vergogna di chi resta

Inasmuch as life is ...

molte volte, anche dalle colonne della posta del cuore, ho consigliato di tradire. non l’ho fatto per leggerezza; né per amore dello scandalo. e ho sempre avvisato che il tradimento è tutto tranne che facile: è una confidenza fatta a uno sconosciuto, che rischia di causare alla coppia un terremoto dal quale potrebbero non esserci sopravvissuti.
ciò premesso, compiere un tradimento è anche un atto di coraggio. spesso, è anche l’unico modo per smettere di mitizzare qualcosa di irreale (una nuova passione, un amore che ci appare sconosciuto e meraviglioso) a cui ci aggrappiamo mentre accumuliamo irrazionalmente il rancore e il disprezzo per la relazione che abbiamo, per la coppia che già ci è familiare, che sentiamo di avere perfettamente sotto controllo e che ci annoia.
l’amore che quotidianamente abitiamo lo costruiamo noi.
se d’improvviso, con noncuranza e persino con spavalderia abbiamo voglia di distruggerlo, allora forse al di là del tradimento ci sono cose che stiamo evitando accuratamente di vedere. e che, una volta evasa la formalità fisica, appurato che l’intimità con un altro corpo non è né eccezionale né trascendentale, dovremo nostro malgrado affrontare.

Esther Perel è una psicoterapeuta di coppia ed è un’autrice brillante, che da anni si occupa dell’essenza del tradimento. non per stabilirne i confini (ci sono molti modi per tradire; e i più abietti non si consumano necessariamente a letto) né per capire se sia giusto oppure no.
il tradimento nelle coppie è ben più resistente del matrimonio, dice. le statistiche le danno ragione.
il tradimento non ha a che fare con il desiderio, ma con l’amore. di più: non con l’amore per l’altro, ma con quello per noi stessi. e questo accomuna traditore e tradito; che non sono vittima e carnefice, bensì due persone che pensavano di conoscersi e invece, di fronte alla trasgressione, si scoprono estranei.

fa sempre male tradire?

la generazione dei corpi tiepidi

l’Huffington Post ha pubblicato nei giorni scorsi un bellissimo post di Krysti Wilkinson, che oltre a essere una donna intelligente, ha la mia stessa fatale dipendenza: il gelato.
il post ha un titolo senza possibilità di obiezione: We are the generation who doesn’t want relationships, noi siamo la generazione che non vuole relazioni. per la versione italiana del portale Milena Sanfilippo ne ha fatto una traduzione efficace. come sempre, nella nostra lingua tutto suona più dolce. ma il messaggio è chiaro; e seppure in disaccordo, sul merito o sulle argomentazioni, non di meno non lo possiamo ignorare.

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We want a second coffee cup in our Instagrams of lazy Saturday mornings, another pair of shoes in our artsy pictures of our feet. We want a Facebook official relationship every one can like and comment on, we want the social media post that wins #relationshipgoals. We want a date for Sunday morning brunch, someone to commiserate with during the drudge of Mondaze, a Taco Tuesday partner, someone to text us good morning on Wednesday. We want a plus one for all the weddings we keep getting invited to (how did they do it? How did they find their happily ever after?). But we are the generation who doesn’t want a relationship.

We swipe left in hopes of finding the right person. We try to special order our soulmate like a request on Postmates. We read 5 Ways to Know He’s Into You and 7 Ways to Get Her to Fall For You, in hopes of being able to upcycle a person into a relationship like a Pinterest project. We invest more time in our Tinder profiles than our personalities. Yet we don’t want a relationship.

l’unico genere dell’amore

Esiste un unico genere d’amore: l’amore. Ma le manifestazioni dell’amore sono innumerevoli.
Una madre balzerà giù dal letto, sentendo un rumore insolito in piena notte, e vi farà ritorno soltanto quando avrà accertato che ogni angolo della sua casa è sicuro e al riparo da ogni preoccupazione. Un uomo distoglierà lo sguardo dalla sua partita di golf per seguire l’aereo che fende il cielo lasciandovi una vistosa scia. Una massaia darà un breve colpo di telefono alla vicina per chiederle se ha bisogno di qualcosa, prima di recarsi in automobile in città. Queste sono tutte manifestazioni di un potere che abbiamo dentro di noi e che per forza di cose deve essere divino, perché non è un’invenzione umana.
Che cosa è l’amore? Molte cose sono amore, e in verità l’amore è presente nella misericordia, nella compassione, nel rapporto amoroso, nell’affetto.
[…] Una cosa caratterizza l’amore e lo differenzia dalle emozioni a esso imparentate: l’amore non ammette l’io.
Pochi di noi arrivano a provare compassione; per alcuni di noi “relazione amorosa” è poco più che un’espressione; in molti di noi la capacità di provare affetto è spenta da tempo; ma tutti noi, una volta o l’altra, per un istante solo o per tutta la nostra vita, abbiamo preso le distanze da noi stessi: abbiamo amato qualcosa o qualcuno. L’amore, quindi, è un paradosso: per averlo, dobbiamo darlo. L’amore non è qualcosa di intransitivo: l’amore è un’azione diretta della mente e del corpo.
Senza amore, la vita è inutile e pericolosa. L’uomo è in viaggio, diretto verso Venere,

Dieci buone ragioni per sposare un’amica (e non un fidanzato)

Quando finalmente la Cirinnà sarà legge dello Stato, spero che almeno una delle amiche che stimo accetti la proposta che ho fatto qualche giorno fa: sposarci e vivere davvero felici. Parliamoci chiaro: una coppia è molto più simile a una piccola azienda. L’amore permette di alleggerire le estenuanti e continue contrattazioni, necessarie per la conduzione quotidiana. E se invece di amore ci fosse amicizia? Un’amicizia profonda, rispettosa, fondata sulla stima e sul sostegno reciproco?
Non ridete. Qui la situazione è gravissima. Noi ci scherziamo, diciamo che alla nostra età per farci davvero innamorare “o sei ricco o sei Rocco”. Però prima di prendere impegni a lungo termine con un uomo ci pensiamo mille volte. Mentre – ve lo dico – quando faccio questa proposta alle amiche l’espressione cambia, l’interesse è evidente. Insomma: non è una sciocchezza, ma un’idea con un suo perché.
E allora, ho messo in fila dieci buone ragioni per sposare un’amica e vivere per sempre felici e indipendenti.

1) Il sesso non sarà mai un problema: ognuna potrà farne quanto vuole con chi vuole.
2) La gelosia nemmeno.
3) Potremo passare ore in bagno a prepararci e nessuno ci dirà mai che siamo in ritardo.
4) Ognuna di noi potrà fare tutti i figli che vorrà con chi le pare. Io personalmente li adotto volentieri tutti.
5) Potremo avere un’intera parete armadio per le scarpe.
6) A San Valentino festeggeremo l’inizio delle ultime settimane di saldi.
7) Non faremo mai un abbonamento tv per lo sport.
8) Diventeremo grasse insieme.
9) E poi ci metteremo a dieta.
10) Al matrimonio, potremo scegliere due abiti da sposa.

Perché amiamo gli amori infelici

Dico sempre che i libri non li trovi per caso: ti cercano. E io ho tra le mani in questi giorni un libercolo datato 1920 su cui, a pagina 31, è descritto magistralmente il centro intorno al quale ruotano molte delle storie che scelgo di scrivere. L’autore è Henry Cochin. E questo scrive:

Le storie degli amori troppo felici ci piacciono, ma ci producono insieme un senso di stanchezza e di noia, forse per la loro inverosimiglianza o forse per la loro monotonia. La storia dell’amore infelice tocca invece il fondo del nostro cuore; eccita quelle più umane fibre di pietà e di sensibilità che risuonano in noi così forte. Noi vediamo in essa l’eterno contrasto fra la felicità intravveduta e talora quasi raggiunta e l’insanabile infermità del nostro stato che non ci permette di avvicinarci a quella se non a lunghi intervalli, e non ci permette di sentirne tutta la dolcezza se non quando essa sta per sfuggirci. Ed è per ciò che, sia pure per un momento, hanno potuto godere di così alte gioie: v’è in queste qualche cosa che non si cancella mai intieramente, e che, anche allora quando sembra soccombere, trionfa. Come un prigioniero, anche se non oppresso da pesanti catene, è tuttavia padrone della sua libera anima; così noi siamo padroni dell’infelicità che ci colpisce e ci prostra, se non muore dentro il cuor nostro il ricordo della felicità di cui altra volta abbiamo goduto.

Dopo la sera del dì di festa [il comunicato EWMD su Colonia]

Ricevo e condivido pienamente il comunicato che le donne aderenti a EWMD pubblicano in merito ai fatti di Colonia, che ancora oggi non si placano.
Per fortuna, oserei dire: perché combattere la violenza e l’imbecillità non significa sopravvivere a una notte di festa.

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I gravi fatti di Colonia sono il sintomo di un disagio culturale e sociale che si canalizza e focalizza contro le donne, contro le loro libertà di muoversi e vivere come desiderano. L’azione coordinata e di massa a cui abbiamo assistito in Germania ad opera di immigrati e richiedenti asilo, mostra un malessere diffuso e un sentimento ostile forse comprensibile ma non tollerabile. Le delegazioni Italiane di EWMD European Women’s Management Development, International Network Condannano in modo inappellabile quanto accaduto e gli atteggiamenti di sottovalutazione che sono seguiti, spesso insultanti quanto i fatti dolosi. Sono consapevoli che c’è una cultura maschile a volte prepotente e violenta alla base delle aggressioni di donne a Colonia, la stessa cultura presente in piazza Tahir al Cairo e anche più vicina a noi quando si imputa ai comportamenti femminili, all’abbigliamento “disinvolto” l’insorgenza della violenza maschile. Non sottovalutano l’origine etnica degli aggressori ma auspicano che non venga utilizzata per nascondere le quotidiane violenze fisiche e/o sessuali che le donne subiscono nel nostro paese, in casa e al lavoro. Non accettano che la risposta a queste violenze collettive sia l’istituzione di no-go zones o codici comportamentali per le donne che ne limitino la libera espressione di sé. RITENGONO CHE debbano essere prese delle misure

il buco di bilancio [se il sesso anale fa bene all’economia]

un amico mi segnala una notizia su Il Post che riassume sinteticamente il dibattito in corso dopo la pubblicazione di un’articolo firmato dalla data-journalist Mona Chalabi per il sito FiveThirtyEight. il pezzo è basato sul celebre studio dell’Università dell’Indiana pubblicato per il NSSHB – National Survey of Sexual Health and Behavior nel 2010, il più vasto e complesso in termini di monitoraggio della sessualità umana dai tempi del rapporto Kinsey e condotto su oltre 6000 soggetti tra i 14 e i 94 anni.

stat
la Chalabi rimescola le statistiche e mette in relazione il gender gap e relazioni umane, a letto e in molti altri posti, compresa l’economia. così, se durante il sesso un uomo viene più o meno sempre, per le donne raggiungere l’orgasmo non è così facile. ma la statistica ci dice che esiste un’eccezione: quella dei rapporti che includono il sesso anale.
ed ecco che in pochi giorni si è scatenato un dibattito tra giornalisti, sociologi ed economisti il cui verdetto quasi unanime può essere riassuno così: praticare più sesso anale ci aiuterebbe a risollevare l’economia.

shot face [o di quello che “beve bene”]

succede che sei lì, al bancone, in una delle poche sere della tua vita che hai solo voglia di tornartene a casa domattina con un sorriso ebete sulla faccia e possibilmente strisciando sui gomiti, che ti sei concessa scarpe comode e una momentanea amnesia sulle calorie di ogni cocktail da quelli a base soda a quelli a base broda, ed ecco che appare non si sa come non si sa dove e non si sa soprattutto perché il temuto nemico del tuo raro e perciò preziosissimo sballo: quello che “beve bene”.
lo riconosci perché ha tra i trenta e i cinquanta (qualche volta di più, raramente di meno), un’indiscutibile dipendenza dall’alcool che coltiva dal secolo scorso e la necessità di sentirsi una persona adulta e migliore dandosi un tono e scegliendo solo alcolici e superalcolici di qualità.
già, perché non è che la gente beve per sfondarsi il fegato, bruciare un po’ di sinapsi (quasi sempre comunque inutilizzate), dimenticarsi ogni buona creanza, sedurre biascicando, avere un alibi inattaccabile per non doversi ricordare i nomi di battesimo altrui e poter cantare a squarciagola le canzoni di max pezzali. noooo.
quelli sono miserabili, gente di provincia, sfigati, cerebrolesi, adolescenti, gente che si sballa.
quello che “beve bene” invece no: lui è cresciuto, è uomo di mondo, è un bohémien che te la insegna e a ogni sorso ti ci mette i sottotitoli.
lui non si ubriaca: degusta.
lui non si sballa: si eleva.
lui non è un alcolizzato: è un intenditore.

tu lo guardi come si guarda un labrador e vorresti dirglielo: che il fatto che l’alcol sia una droga legalizzata e socialmente accettabile non cambia nulla. e che non c’è bisogno di fare tanto circo per una cosa così ovvia.
e poi – un po’ lewis carrol un po’ fata turchina – vorresti fargli chiudere gli occhi, prendergli la mano e portarlo a fare un giro nel suo paese delle meraviglie sballose però di livello.
il fratello cool di bob marley che ha fatto successo a wall street e oggi si concede solo canne di marijuana coltivate da donne che abitano in villaggi tradizionali e parlano con le foglie delle piante per trasfondere nella ganja l’energia della terra e del cosmo.
la versione charmant di briatore che offre cocaina ai suoi ospiti raccontandogli che è stata coltivata da giovani attivisti colombiani vegani che adottano metodi di coltivazione naturali su appezzamenti di terra chibcha sconsacrata strappati al cartello con trattative pacifiste.

elogio della saliva umana

la saliva umana è un novantotto percento di acqua e un duepercento di vita.
la saliva detesta l’armonia, la fedeltà, la sintonia. predilige lo scambio tra antagonisti, tra duellanti, tra nemici. non è il nostro buon senso né il cinismo a guidarci verso un altro essere, ma i nostri antigeni leucocitari, anarchico esercito che per difenderci dai mali alieni ci espone indifesi a tutte le contaminazioni endemiche dell’amore.
ogni volta che la ritrovi non è mai la stessa. nel suo scorrere muta con le stagioni del tempo e quelle della vita.
si fa contaminare da tutto.
si lascia distrarre da quello che ci succede. monta se siamo nervosi, si secca se siamo seccati.
gli incontri la stimolano facendola diventare spregiudicata e lasciva; oppure la inibiscono, rendendola melliflua e timida.
la saliva è una cascata che arriva da lontano. la sua fonte originaria si nasconde nei sensi del viso, detonatori del desiderio, nel gusto, nell’olfatto, nella vista. capillarmente, il richiamo si diffonde con echi che raggiungono ogni punto del corpo, eludendo fino all’ultimo il controllo del cervello, per poi sorprenderlo con un’accerchiamento che dalla corteccia si insinua fino a raggiungere la sua essenza più delicata e complessa: l’amigdala. la bocca diventa una falda, un’acquasantiera che raccoglie il sangue passivo dei capillari pigri che si avvolgono a rete intorno alla lingua e ai denti e lasciano fluttuare la linfa di due esseri separandoli attraverso un’umida membrana sottile come un velo.
quando ci scambiamo saliva, non ci scambiamo altro. i sentimenti non si sciolgono nell’acqua, come invece fanno gli elettroliti.
più abbiamo appetito, più abbiamo saliva. e saliva buona, di quella che ci prepara per digerire ogni cibo, dal più coriaceo al più melenso. una saliva desiderosa è così piena di enzimi da poter digerire anche il tradimento, la bugia e perfino l’abbandono.
ci sono salive così acquose da evaporare al sole, lasciandoci presto a bocca asciutta.
ci sono salive leggere, senza consistenza, incapaci di avere buon gusto.
ci sono salive distratte, che lasciano tracce confuse del loro drenaggio.
e poi ci sono le salive infette,