Posts Tagged: pariopportunità

#quellavoltache siamo passati dalle parole ai fatti (anche attraverso il porno)

[questo post lo trovate anche sul blog del Corriere della Sera a questo link]

Stiamo facendo un bel casino con #quellavoltache. E voi state leggendo un sacco di titoli su “la fine del maschio”. Tranquilli: quel maschio qui dovrebbe finire da decenni; ma in Italia ha trovato un habitat in cui ancora prolifera e prospera indisturbato, gonfio e tronfio, così retrò nei suoi modelli, nel suo stile e persino nelle sue idee da risultare incomprensibile per il resto del mondo. Immutabile e resistente, fatto di una inimitabile lega made in Italy, il nostro maschio frigna e si lamenta quando gli diciamo quanto è ridicolo e patetico; ma tutto sommato non si spaventa mai: sa di non essere in pericolo.
Stiamo facendo un bel casino con #quellavoltache. Ma nessuna testa è rotolata; ancora.
Domani come oggi: per strada, sui mezzi, in ufficio, ovunque vada, ogni donna continuerà a subire le stesse molestie di ieri, così immutabili da poter essere categorizzate e rappresentate dai maggiori prodotti di punta dell’intrattenimento e della cultura per riderci sopra tutti insieme. Ah ah ah ah.

Incredibile che #quellavoltache e #metoo stiano riscuotendo così tanta attenzione e seguito. Ma come: non è piaciuta a tutti e a tutte il lungo porno estivo sui media ricco di dettagli su come compiere una violenza di branco in spiaggia e su quanto siano meretrici le giovani americane che arrivano in Italia fingendo di voler studiare ma in realtà per irretire poveri padri di famiglia e riscuotere poi il loro rimborso antistupro? Ma davvero alle donne tutto questo non piace? Ma come: la palpatina, la battuta verace, eddai si scherza. E poi se non c’è gelosia non è amore, se un uomo non ti difende a pugni non è un vero uomo, se non è prepotente non si fa valere. E tu occupati del frigo, dei vecchi e dei figli che io penso ai soldi. E non scocciare che sabato sera ho il calcetto e poi il giro a puttane con gli amici, che quelle non sono mica vere donne: a loro nessuno le nobilita come farò io quando ti chiederò di sposarmi; ma solo se aspetti buona buona.
Dal bilocale di edilizia pubblica in periferia al più candido studio televisivo, dalla baracca delle operaie fino alle terrazze con boschi verticali, dagli strip club innesto tangenziale fino alle festine dei produttori, dalla spiaggia buia alle luci del varietà, il copione della coppia in scena è sempre lo stesso. E ha francamente stufato.

Il maschio italico come specie protetta.
Che in Italia il modello uomo/donna -pubblico, privato, culturale, professionale- sia inadeguato da decenni è palesemente incontestabile. Così come il fatto che la classe maschile al comando del paese dal secondo dopoguerra ha prodotto danni che solo un presidio accurato, continuo e solidale, trasmesso dai padri ai figli, può ancora mantenere il paese nel suo stato di connivente disagio e diseguaglianza.
“Ammettiamolo: permettere agli uomini di lavorare e persino di comandare è stato davvero un errore”

Le bestie

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Io non sono un uomo. Ma se lo fossi, credo che in questi giorni più di altri sarei preda di un cortocircuito emotivo e di autostima, per il mio genere e forse anche per me. Tre episodi su tutti che dominano i nostri media. A Colonia, mille uomini festeggiano Capodanno molestando le donne in stazione; polizia e sindaco ricordano alle signore che un po’ se la sono cercata. Record del New York Times per l’ottimo articolo firmato da Rukmini Callimachi sulla minoranza Yazidi che include lo stupro tra le pratiche devozionali; l’articolo però generalizza e titola “L’ISIS incoraggia una teologia dello stupro”. E poi il toccante ritorno accanto ai figli di Pinky, la donna di Dello che il marito ha tentato di uccidere dandole fuoco. I bambini, che sono meravigliosi di fronte alle tragedie, ricordano a tutti che «la mamma è da toccare con attenzione». Quando toccò a me uscire da una relazione conflittuale e violenta, mia figlia sentenziò: «Mamma, non devi più voler bene a qualcuno che non ti vuole bene». Ha ragione lei.

il buco di bilancio [se il sesso anale fa bene all’economia]

un amico mi segnala una notizia su Il Post che riassume sinteticamente il dibattito in corso dopo la pubblicazione di un’articolo firmato dalla data-journalist Mona Chalabi per il sito FiveThirtyEight. il pezzo è basato sul celebre studio dell’Università dell’Indiana pubblicato per il NSSHB – National Survey of Sexual Health and Behavior nel 2010, il più vasto e complesso in termini di monitoraggio della sessualità umana dai tempi del rapporto Kinsey e condotto su oltre 6000 soggetti tra i 14 e i 94 anni.

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la Chalabi rimescola le statistiche e mette in relazione il gender gap e relazioni umane, a letto e in molti altri posti, compresa l’economia. così, se durante il sesso un uomo viene più o meno sempre, per le donne raggiungere l’orgasmo non è così facile. ma la statistica ci dice che esiste un’eccezione: quella dei rapporti che includono il sesso anale.
ed ecco che in pochi giorni si è scatenato un dibattito tra giornalisti, sociologi ed economisti il cui verdetto quasi unanime può essere riassuno così: praticare più sesso anale ci aiuterebbe a risollevare l’economia.

2015

imparare a portare il rossetto con disinvoltura. evitare i conflitti. fare pace con il mio bipolarismo (al quadrato). prendere sul serio l’oroscopo. farmi pagare come un collega uomo. esercitare quotidianamente la parità. riuscire a tenere la posizione del loto. abbandonare le relazioni senza futuro. praticare quotidianamente la politica. fare bene l’amore, senza fare altri figli. visitare Praga. imparare una nuova preghiera. farmi desiderare. restare desiderabile. finire o quanto meno corposamente continuare il romanzo iniziato. essere gentile. salire su un vulcano. dire almeno un addio. prendere gli applausi a una prima. celebrare i traguardi. festeggiare fino all’alba. indossare un vestito appariscente in un’occasione speciale. fare il teatro. fare la rivoluzione. imparare a cucinare i cardi. voler bene solo a chi mi vuole bene. amare, se ne vale la pena. cucirmi un vestito di seta. fare promesse. smentire i buoni propositi. non confessare quelli cattivi.

L’orrore normale

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Sto conducendo in questi giorni un’inchiesta sugli uomini violenti che finiscono per trasformarsi in carcerieri, torturatori e addirittura assassini. Il pretesto è un caso VIP: quello di Pistorius, atleta di fama mondiale, uomo di grande ambizione e determinazione in grado di abbattere la barriera che separa sportivamente i sani dai mutilati, ma che nel privato era noto per essere un compagno violento e irascibile.
Nel condurre ricerche sul femminicidio, come al solito, mi sono imbattuta nel dipanarsi graduale della violenza. Il femminicidio è l’ultimo atto, quello in cui la protagonista muore. Ma prima c’è la sua lunga e dolorosa storia.
Io che per mestiere nella mia vita comunico, quando affronto questo tema mi sento in dovere ogni volta di richiamare quella che reputo la verità più dolorosa ma utile: la violenza è quotidiana e spesso invisibile, nascosta dalla banalità e dall’ordinarietà, da un aspetto mite, dall’ammonimento costante a non insinuare il dito o il dubbio sulle altrui relazioni.

Esiste un sito che si chiama In quanto donna.
Lo cura una donna, Emanuela Valente, che ha iniziato negli anni a raccogliere i nomi e i volti di chi ha ucciso (uomini) e di chi è stata uccisa (donne, spesso anche figlie).
Scorrendo i ritratti degli assassini la cosa più sconcertante è la loro normalità.
Sotto a facce che sono quelle di un padre, di un panettiere, di un postino, di un dottore ci sono didascalie raccapriccianti:
– Luigi Faccetti, 24 anni. Massacra con 14 coltellate la fidanzata, che si salva, e viene condannato a 8 anni. Dopo 10 mesi gli vengono concessi i domiciliari, fa sequestrare l’ex fidanzata e la uccide con 66 o 80 coltellate, di cui 20 al cuore. Condannato a 30 anni con rito abbreviato, pena confermata in appello il 31 gennaio 2013.
– Ruggero Jucker detto Poppy, 36 anni, rampollo della Milano bene, Re della zuppa. Fa a pezzi la fidanzata con un coltello da sushi e lancia i pezzi in giardino. Condannato a 30 anni in primo grado, pena patteggiata in appello e scesa a 16 poi ulteriormente ridotta a 13. Ha già usufruito di 720 giorni di libertà come permessi premio e avrebbe dovuto essere libero da giugno 2013, ma la scarcerazione è stata anticipata per buona condotta (13 febbraio 2013).
– Maurizio Iori, 49 anni, primario oculista. Accusato di aver avvelenato l’amante e la figlioletta di due anni, condannato all’ergastolo e 2 anni di isolamento diurno (Sentenza 18 gennaio 2013).
– Antonio Giannandrea, 18 anni, studente. Picchia, soffoca e sgozza la fidanzata con un coltello da cucina. Poi getta il corpo in un burrone e tenta di depistare le indagini. Chiesti 16 anni con rito abbreviato.


Dentro questo sito ci sono anche loro:
– Desiree Piovanelli, 14 anni, studentessa. Accoltellata e morta dissanguata dopo un’ora e mezzo di agonia, con i piedi legati con un nastro da pacchi, dal cosiddetto “branco di Leno”: 4 amici di infanzia, di cui solo uno maggiorenne.
– Patrizia Maccarini, 43 anni, operaia. Uccisa con una coltellata al cuore dall’ex fidanzato.
– Hina Saleem, 20 anni, lavorava in una pizzeria. Sgozzata e seppellita nell’orto dal padre, due cognati e uno zio.
– Francesca Alleruzzo, 44 anni, mamma di 4 figlie, maestra. Uccisa a fucilate dall’ex che ha ucciso anche il nuovo compagno di lei, Vito Macadino, e si è poi recato in casa dove ha ucciso una delle figlie, Chiara, 19 anni e il suo ragazzo Domenico Tortorici.
– Monia Del Pero, 19 anni. Strangolata, denudata, messa in un sacco della spazzatura e nascosta in una conduttura delle acque dall’ex fidanzato.
– Moira Squaratti, 26 anni, assistente in uno studio dentistico e volontaria Avis. Picchiata, strangolata e uccisa con 15 coltellate dal fidanzato.

Ieri in piazza abbiamo ballato anche per loro. Scacciando, con la gioia della danza, la terribile sensazione che l’anno che sta arrivando non sarà migliore di quello passato.
Ancora per troppe donne come noi.

Contagiose e umili

Cansa de ser sexy

Abbiamo creato un mostro!
Personalmente, ne ho sentito parlare al bar dell’ospedale. Se ne discuteva tra baristi, OST, chirurghi, professori emeriti e pazienti. Un’amico mi ha inviato un sms dal gate d’imbarco a Malpensa: anche lì se ne parlava tra passeggeri, guardie e hostess. A uno stuart disinteressato è stato dato del gay. Altre segnalazioni mi sono arrivate da uffici postali, esercizi pubblici, stanze del potere, persino da un consiglio comunale.

Quando se ne parla, sono chiamate in causa tutte le passioni deviate dell’uomo: l’invidia, la gelosia, la lussuria, il peccato, il tradimento, il senso del possesso, l’avidità.
Come la protagonista di una fiction ispirata a una trama shakespeariana, Laura Maggi ha invaso le nostre vite risvegliando passioni e assommando in sé la vecchia parabola della tentatrice, colei che coglie la mela e rende l’uomo vulnerabile e le altre donne rosicone.

Quando la redazione del Corriere della Sera mi ha chiesto di fare un commento alla linea gestionale del bar di Bagnolo, avevo in mente un mio piccolissimo omaggio allo stile di Aldo Grasso. Volevo portare il dibattito a un livello di analisi comparativa: la barista che si spoglia per aumentare il cassetto come le vallette di Sanremo nude per alzare lo share.
Con il senno di poi, mi rendo conto di essere stata troppo buona.

La questione è molto semplice: un pubblico esercizio deve sottostare alle normative che lo regolano. Il che significa che servire il caffè a capezzoli scoperti o girare con micro gonne senza mutande rientra appieno nel reato di atti osceni in luogo pubblico. Potete trovarne traccia nell’art. 527 e seguenti, ossia:
527: atti osceni
528: pubblicazioni e spettacoli osceni
529: atti e oggetti osceni -nozione.

L’art. 527 del codice penale italiano prevede che

chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni.

Se la persona è handicappata, l’art. 36, comma 1 della legge 104/1992 inasprisce la pena di un terzo. Se invece “il fatto avviene per colpa, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da cinquantuno euro a trecentonove euro” come previsto dal secondo comma.
Perché si parli di reato, l’atto deve:
– essere osceno,
– essere commesso in un luogo pubblico, al quale cioè chiunque può accedere senza limitazioni di sorta e/o in un luogo aperto al pubblico e/o in un luogo esposto al pubblico.
Direi che siamo tutti d’accordo sul fatto che un bar-tabacchi rientra perfettamente in questa categoria.

A questo punto, il dibattito si sposta. E la questione diventa precisamente questa: se Laura Maggi è bella, può essere accusata di atti osceni in luogo pubblico?
La legge non prevede distinzioni tra belli e brutti; dunque la risposta è sì.

Laura Maggi mentre si asciuga le mani con discrezione

 

Laura Maggi mentre prepara i caffè

L’obiezione più diffusa (e utilizzata dalla stessa Maggi) è che il movente delle polemiche sulla gestione del suo esercizio sia l’invidia e la gelosia. Possiamo considerarla un’attenuante?
La legge presuppone che individui adulti nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali possano gestire le emozioni che normalmente animano la loro vita, comprese dunque la gelosia e l’invidia. Anche in questo caso, dunque, nessuna attenuante.

Laura Maggi mentre si fa un’analisi di coscienza

 

Laura Maggi mentre espone la regolare licenza

 

Si apre dunque un dibattito sulla pagina di Facebook in cui gli “Amici di Maggi Laura” pubblicano -tra le varie foto- la pagina del Corriere con l’articolo che la riguarda. Seleziono, per ovvi motivi di spazio (e altrettanti di estrema noia) i più significativi. Ossia:

Maurizio Botta – Il problema non è suo è delle consorti bigotte.
Stefano Gremo Fois – L’invidia brutta bestia fregatene l’importante è la felicità
Pietro Rossini – Che tristezza l’invidia.
Daniele Tesconi – Certo che se le moglie la daressero di piu e in modo diverso i mariti non andrebbero a cercare al trove dico bene?
Mauro Bonometti – Le mogli dopo che si sposano son sempre in tuta felpa papucce e con i mutandoni poi si lamentano se il marito va da quelle messe giuste
Stefano Lancini – Brava laura sei bellissima… sono solo gelose perchè sei più sexy di loro…
Luciano Zucca – Se mogli/fidanzate/amiche/parenti si dimostrassero più “gentili”, “carine” e “socevoli” con i loro congiunti non avrebbero nulla da temere da Laura!
Arianna Piazzetti – Tanto scalpore per cosa! Donne, ma voi che giudicate lei per il suo modo un po…stravagante… non vi vergognate alla festa della donna che andate a vedere gli spogliarelli e non commento gli sguardi di quando lo vedete…
Giordano Zaglio – Laura non fa del male a nessuno anzi dovrebbero ringraziarla che quando i mariti /fidanzati rientrano scaricano le loro attenzioni sulle proprie compagne.
Marco Gritti – Ma non anno un cazzo da fare le mogli a parte rompere le balle per un bar che lavora ..solo gelosia perche non possono permetterselo un kiss su quella linguetta

Dagli elegantissimi commenti, emerge chiaramente il tema dell’imitazione di modelli televisivi comunemente accettati e dunque, idealmente, replicabili nella vita di ogni giorno come espressione di libertà individuale e addirittura di coraggio. Non solo: ritorna il tema dell’invidia, soprattutto femminile, per un esemplare di bellezza e sensualità disinibita.
E infine, prende il sopravvento la maledizione di Eva: quando si tratta di sessualità, un uomo è innocente a priori.
La sua bestiale eccitazione deve essere vissuta da una donna come un premio, accolta come una benedizione, coltivata come missione primaria intorno a cui far ruotare la propria vita. Su questo principio, la femmina più volte posseduta diventa ipso facto poco attraente, noiosa; e dunque si ha il pieno diritto di rigettarla. E di nuovo sono le donne non solo a dover operare un mea-culpa per la mancata erotizzazione costante del proprio maschio, ma addirittura a ringraziare la barista Maggi per essere riuscita ad accendere il suo meccanico e più basso istinto spermatico.

E questo è il punto in cui sta la vera differenza.
Perché sul fatto che la legge debba intervenire e imporre all’esercizio pubblico di Bagnolo una condotta consona alle leggi dello stato in cui opera è un dato di fatto. Laura Maggi e le sue amiche sono libere di continuare la propria attività nei modi che preferiscono entro i limiti di legge. Il che significa che un pubblico esercizio in cui coesistano caffè e capezzoli potrà continuare ad esercitare solo se la giunta approverà nelle prossime settimane il nudismo come pratica accolta e accettata in Bagnolo.
Resta invece una distanza insormontabile tra questa barista e la sensualità. E direi che è ben rappresentato dal video realizzato da Studio Aperto e che potete trovare qui.

Galeotto fu il tampax

Al minuto 00:38, Laura si esibisce in una camminata ancheggiante per far capire allo spettatore tutta la sua carica erotica.
Il cameraman, allenato alla scuola Mediaset, la riprende da terra, con una prospettiva da sotto la gonna.
Per qualche secondo, dallo slip di Laura osserviamo il filo del tampax che scende e sventola.
Direi che in questo filmato è racchiuso il senso dell’erotismo incarnato da Laura Maggi. Che, non so a voi, ma a me fa lo stesso effetto del super porno show di fantozziana memoria.

Il caso di Bagnolo apre una ferita dolorosa, quella di un mondo in cui una sessualizzazione selvaggia, promossa dai media corporativi (tutti, indistintamente) e accettata da ogni componente della società (tutti, nessuno escluso) ha portato uomini e donne a sentirsi parte di una sorta di guerra erotica, in cui il sesso è un’arma, la sensualità una prova di forza, lo scambio sessuale una transazione e in cui sia necessario essere il più forte.
Mi dispiace per gli amici di Maggi Laura: io resto dell’opinione che la seduzione e l’eros stiano da un’altra parte.
Che forse sarà così nascosta da dubitare ogni tanto perfino che esista, come il punto G. Ma che di certo non si trova tra il filo dell’assorbente e un tanga troppo sottile per contenerlo.

Confessioni di una presidentessa

Potete leggere l’originale sul blog Amiche/Nemiche di Sara Balsamo.

Eccomi qui. Presidentessa al seggio numero non-si-può-dire di Brescia. Sopravvissuta all’interminabile svolgersi del ciclo apertura dei seggi – svolgimento delle operazioni di voto – spoglio delle schede. E mai che qualcuno ci desse soddisfazione e le prendesse sul serio queste schede, con tutta la fatica che si fa a spogliarle per bene.

Osservavo in queste giornate l’andirivieni degli elettori in processione dispersa, alla spicciolata, così convinti e determinati nella generale assenza di entusiasmo. E mentre dalla tivvù si resuscitava -come ogni turno- la stanca voglia di un vento di cambiamento, guardavo gli elenchi delle liste con occhio curioso. Calcolatrice alla mano, prima di iniziare il mio ruolo di interprete e garante della volontà di ciascuno espressa nel segreto della cabina con la stessa segreta liberazione che sente ognuno di noi a scoreggiare al sicuro da sguardi inquisitori, ho passato il tempo a verificare cosa potevano portarci di nuovo queste elezioni. Una cosa c’è stata: niente Alleanza Nazionale. Vuoi vedere che il trambusto delle liste era organizzato di proposito?! Ma andiamo con ordine. Primo: età dei candidati a presidente della Regione Lombardia. La regione più produttiva d’Italia ha bisogno di trasporti efficienti, burocrazia leggera, un rilancio culturale, interventi sociali a sostegno delle famiglie e una sanità più accessibile. Per fare tutto questo e molto di più l’Unione di Centro ha pensato bene di candidare un aspirante presidente di 67 anni. Che è stato però sconfitto dall’amatissimo 63enne Formigoni. Chissà cosa mangiano questi, ché io a sessantanni suonati vorrei dedicarmi alla mia famiglia, magari prendermi la laurea che non riesco a prendere ora, forse scrivere un romanzo che adesso mi pare troppo impegnativo. Non certo dirigere con piglio ed energia un’intera Regione. Dietro ai due vegliardi stavano a stretto giro Penati (58 anni), Invernizzi (54), Agnoletto (52) e Vito Claudio Crimi, imberbe 38enne proposto dal Movimento 5 Stelle. La media delle liste regionali, in generale, non era affatto incoraggiante: 57,5 anni per l’UDC; 52,5 per La Lombardia; 48,3 per la sinistra; 41,8 per la lista di Grillo e 35,4 anni per Forza Nuova che presentava una serie di puledrini tutti giovanissimi a portarsi il peso dell’ultracinquantenne cavalier Invernizzi. Una menzione d’onore va a Rifondazione e al suo calendario di varietà: Dario Fo e Franca Rame, il signor Rossi e la Costituzione, Margherita Hack contro le 5 stelle. Tutti insieme fanno una lista che ha in media 58,5 anni. Se il comunismo non è morto, di certo non se la passa granché bene. Qualche elettore ha chiesto, in cambio di un voto, almeno un biglietto per la prima. Che gli dovevo rispondere, cara aminemica? L’ho messo a verbale. Insieme a chi mi chiedeva che ci faceva una del ’77 nella lista dei pensionati. Non lo so, ho risposto: forse non ha voglia di lavorare e si è data alla politica. Così come mi chiedo cosa avrà mai da dire Andrea Giuliani, bresciano classe 1990, candidato per FN nelle liste provinciali. O Sebastiano Seddio, 21 anni, anche lui di Forza Nuova che hanno battuto il primato di Renzo Bossi (22) a candidato post-teen di queste edizioni carnascialesche. Tra i giovanissimi c’era anche uno dei due fratelli bergamaschi (da non confondere con i gemelli Bergamasco del rugby) candidati entrambi da Forza Nuova; che -a corto di presentabili- ha pensato bene di mettere qualche duplicato tra lista regionale e provinciale, come Luca Castellini.
Morti che camminano paiono questi partiti a leggere nomi e dati essenziali. Nelle liste provinciali l’età media dei candidati è così vicina ai 50 che quando trovi un trentenne quasi pensi di aver letto male. Il PSI riesce a stabilire un recordo con una media di 55,3 anni per i suoi candidati. Solita eccezione: Forza Nuova, che stabilisce il record di 32 anni di media per una serie di candidati che sembrano l’elenco di una classe di liceo.

Ultimo dato sconfortante, da presidentessa e anche da cittadina, è la presenza delle donne. So che parlare di pari opportunità causa a chiunque, dalla classe politica ai media, un’orticara diffusa e talvolta un senso di disgusto. Leggere quante donne vengono candidate dai nostri partiti è sempre molto interessante. E deludente. Come nel caso del Movimento 5 Stelle, così carico di aspettative, che ci sorprende in negativo con solo 3 donne nella lista regionale e 1 in quella provinciale. O il Partito Comunista, che candida 2 compagne illustri (la Hack e la Rame), 2 candidate che se la sono sudata e 1 sola in provincia. Il PD qualcosa fa in più e stabilisce il record di 6 candidate in regione e 4 in provincia. Troppo poche, ancora, troppo poche. Ovviamente, tralasciando il maschilismo di FN che con un senso moderno dei ruoli totalizza un vuoto di candidature femminili nelle liste e, probabilmente, nell’intero partito. Ma le quote rosa che fine hanno fatto? Forse c’erano liste equamente ripartite, ma chi doveva presentarle è arrivato tardi. Magari perché è rimasto intrappolato in uno dei treni zeppi di pendolari arrabbiati che nelle scorse settimane giuravano a Formigoni che si sarebbero vendicati e che invece, nell’intimità della loro cabinetta, hanno pensato con cognizione di causa che al peggio non c’è mai fine e chi lascia la presidenza vecchia per quella nuova sa che tanto si ritrova sempre la stessa gente, dislocata in posti diversi impegnata a far danni a 360 gradi.

Un’ultima cosa. Ho avuto la fortuna e l’onore di dirigere un seggio quasi completamente femminile. La mia segretaria è stata puntuale e irreprensibile. Ma alla fine dello spoglio abbiamo dovuto ricoverarla per un’infiammazione del tunnel carpale causata dalla quadrupla copia di nomi quali Giovanni Francesco Acri detto Agri oppure detto Gianfranco, candidato provinciale PDL. O Rosa Margherita Colosio della Rosa Rita e Gian Antonio Girelli detto Gianni (PD).
La radiografia è costata 80 euro, il ticket per il ricovero dovrebbe aggirarsi intorno ai 60 euro e il nostro compenso, che di elezione in elezione continua a diminuire, forse non basterà nemmeno a coprire le spese per i reduci da questa guerra elettorale in cui -sia ben chiaro- nessuno è vincitore.

di meritocrazia e altre minchiate del genere

avevo scritto un lungo post arrabbiato stamattina. oggi ce l’ho con chi predica di meritocrazia, valorizzazione dei giovani e più potere alle donne e poi difende ipocritamente status gerontofili. è perché ieri ho mandato in quel lontano paese di sodimiti il direttore di una rivista locale che applica, nel provincialmente piccolo, quello che molti direttori fanno anche in grandi realtà:

  • è bravo solo lui. ovvero: gli altri esistono solo per essere disprezzati
  • fa lavorare giovani sottopagandoli e costringendoli a umilianti arringhe da incompetente su… nulla
  • pensa che le donne siano un contorno superfluo alla figa che non avrà mai
  • pubblica una rivista inutile e banale solo ed esclusivamente per agganci politici di gente della sua stessa classe: gerontofili sessantenni di una qualche cricca solidale

non ho indagato se l’unico assunto in redazione sia suo figlio o un parente diretto o un parente del finanziatore più diretto. ma non faccio fatica a crederlo. comunque, avevo scritto un lungo commento, ma faccia-libro l’ha cancellato aggiornando la pagina. poco male. mi è dispiaciuto un po’ spedire lo sfigatone sull’isola dei gerontopornofili. ma solo perché l’ho fatto per mezzo di una segretaria santa che si è trovata a dover cercare di lavorare con lui per chissà quale sventura nella vita.

così, colgo l’occasione per consigliarvi di nuovo la lettura del lucidissimo pamphlet pubblicato da Marsilio NON E’ UN PAESE PER GIOVANI. che voi facciate politica, lavoriate in qualunque settore pubblico o privato, siate nel mondo della comunicazione o dei media, conoscerete molto bene le dinamiche di cui ho scritto, ovvero l’annuncio a gran voce parallelo al tradimento sistematico della sacra triade: giovani, meritocrazia, donne.

e siccome oggi mi sento stronza stronza stronza stronza in modo assurdo, ho deciso di fare richiesta al PD per sapere se posso iscrivermi. ho saputo che ci sono dei criteri di accesso e vorrei conoscerli. magari bisogna saper fare la spaccata. magari posso ripescare le mie conoscenze del solfeggio. oppure forse devo imparare a starnutire con gli occhi aperti.
appena mi rispondono, ve lo dico. promesso!

PS: gli articoli e le proposte che ho fatto al direttore testa di rapa non vanno persi. un po’ sono già in pubblicazione in altre redazioni dove i fatti interessano per quello che sono e non per il secchiellino di saliva che possono raccogliere da spalmare sul culo giusto. e quelli più divertenti ho già iniziato a riservarli al blog, dove chi legge lo fa per scelta precisa e può anche dirmi che gli fa schifo, se gli va. e almeno sul web, anche se è pieno di imbecilli, non ci sono capi.