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bis bastùner

un giorno d’estate passeggiavamo in due su per gli appennini. era una giornata fresca. senza davvero deciderlo, abbiamo preso la strada dietro casa sua, risalito la radura, camminato a lungo nel bosco, in penombra, fino alle rovine di una rocca dove lui avrebbe dovuto tenere un concerto da lì a pochi giorni. come sempre facciamo quando abbiamo il tempo di incontrarci – e non semplicemente di vederci – parlavamo d’amore. è una delle cose che ci lega. riflettiamo l’uno nell’altra una visione piuttosto disincantata delle relazioni; allo stesso tempo, condividiamo la stessa dannazione: amare sempre e mai allo stesso modo. così, ci tocca ammettere che ci innamoriamo in continuazione, sempre di nuove persone. ogni volta, amiamo così tanto che ci crediamo; e diciamo che stavolta dura ed è per sempre. ed è così bello perché ogni amore che ci raccontiamo è nuovo e anche lo conosciamo già, perché poi ci innamoriamo sempre più o meno dello stesso tipo di persone. come succede a tutti, del resto. intanto, a casa

il tempo dei libri

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da tempo mi ero ripromessa di trascrivere due passaggi dall’adattamento che Luca Ronconi ha fatto del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451 nel 2007.
primo perché sono entrambi molto suggestivi e turbinosi.
poi perché mi paiono così veri e inquietanti che meritano, ciclicamente, di essere riletti.
nel primo, parlano Montag e il Capitano. poi solo quest’ultimo. che dice una cosa molto vera, almeno per me: che c’è un tempo in cui nei libri cerchiamo un aiuto per la nostra vita; e inevitabilmente non lo troviamo.

*

CAPITANO – No, Montag, va bene, va bene. Succede a tutti i vigili del fuoco, prima o poi. Sono stato malato anch’io tanto tempo fa.Stavo per morire, stavo male, dentro.
MONTAG – Tu?
CAPITANO – Eh sì. Io sono il tipo stra-sicuro di sé. Eppure, sono stato malato o anch’io, eh sì. Sono rimasto a letto, sai. per giorni, settimane, a guardare il mondo fuori dalla finestra. Cercando, sai, di dargli un senso, di farlo quadrare. Ma non quadrava. per poco nn ci resto secco. Accidenti. Poi, quando ho preso la ia decisione – diventare un incendiario al cento per cento, vigile del fuoco a 360 gradi, diabolicamente efficiente 24 ore al giorno, 10 mila ore l’anno – allora mi sono ripreso. E da quel giorno io sono stato sempre bene. Incendiare, era la mia risposta. uh. Che rivelazione è stata. Sono rinato. Meglio di un cristiano dopo il battesimo.
MONTAG – Ma ti sei dovuto ammalare prima e poi riprenderti?
CAPITANO – Eh sì. E sai che cosa mi aveva fatto ammalare?

Perché amiamo gli amori infelici

Dico sempre che i libri non li trovi per caso: ti cercano. E io ho tra le mani in questi giorni un libercolo datato 1920 su cui, a pagina 31, è descritto magistralmente il centro intorno al quale ruotano molte delle storie che scelgo di scrivere. L’autore è Henry Cochin. E questo scrive:

Le storie degli amori troppo felici ci piacciono, ma ci producono insieme un senso di stanchezza e di noia, forse per la loro inverosimiglianza o forse per la loro monotonia. La storia dell’amore infelice tocca invece il fondo del nostro cuore; eccita quelle più umane fibre di pietà e di sensibilità che risuonano in noi così forte. Noi vediamo in essa l’eterno contrasto fra la felicità intravveduta e talora quasi raggiunta e l’insanabile infermità del nostro stato che non ci permette di avvicinarci a quella se non a lunghi intervalli, e non ci permette di sentirne tutta la dolcezza se non quando essa sta per sfuggirci. Ed è per ciò che, sia pure per un momento, hanno potuto godere di così alte gioie: v’è in queste qualche cosa che non si cancella mai intieramente, e che, anche allora quando sembra soccombere, trionfa. Come un prigioniero, anche se non oppresso da pesanti catene, è tuttavia padrone della sua libera anima; così noi siamo padroni dell’infelicità che ci colpisce e ci prostra, se non muore dentro il cuor nostro il ricordo della felicità di cui altra volta abbiamo goduto.

l’anno dell’ordine cosmico [happy b-day to me]

bene. sono trentasei.
in un solo anno infilo due numeri sacri.
il tre che per le discipline esoteriche è l’energia attiva. le mitologie ne fanno il simbolo della conciliazione e dell’unificazione, del ritorno del multiplo all’unità. è il numero dell’armonia e rappresenta il superamento del dualismo.
e poi c’è il dodici, a cui gradualmente ho imparato ad affezionarmi, con quella sua sacralità astrale che ne fa la rappresentazione terrena del modello cosmico di pienezza e di armonia.
un dodici che arriva è un ciclo che si compie.
io che di cicli compiuti sono piuttosto a credito, non posso che augurarmi un buon tempo senza ulteriori sorprese né cambiamenti drastici né sconvolgimenti.
il fatto è che, anche se il cosmo ama tenere in ebollizione la mia eterna inquietudine, sono pur sempre una donna. ergo: ho il cuore più piccolo e più delicato di un uomo. e troppe emozioni invece che farmi sentire viva rischiano di uccidermi. e non posso morire prima di aver scritto almeno tre progetti che ho in testa e che -prometto prometto, giuro e spergiuro, croce sul cuore – adesso inizio e prima che posso finisco. fatemi gli auguri: ne ho di bisogno.