Posts Tagged: Giulia Blasi

#quellavoltache siamo passati dalle parole ai fatti (anche attraverso il porno)

[questo post lo trovate anche sul blog del Corriere della Sera a questo link]

Stiamo facendo un bel casino con #quellavoltache. E voi state leggendo un sacco di titoli su “la fine del maschio”. Tranquilli: quel maschio qui dovrebbe finire da decenni; ma in Italia ha trovato un habitat in cui ancora prolifera e prospera indisturbato, gonfio e tronfio, così retrò nei suoi modelli, nel suo stile e persino nelle sue idee da risultare incomprensibile per il resto del mondo. Immutabile e resistente, fatto di una inimitabile lega made in Italy, il nostro maschio frigna e si lamenta quando gli diciamo quanto è ridicolo e patetico; ma tutto sommato non si spaventa mai: sa di non essere in pericolo.
Stiamo facendo un bel casino con #quellavoltache. Ma nessuna testa è rotolata; ancora.
Domani come oggi: per strada, sui mezzi, in ufficio, ovunque vada, ogni donna continuerà a subire le stesse molestie di ieri, così immutabili da poter essere categorizzate e rappresentate dai maggiori prodotti di punta dell’intrattenimento e della cultura per riderci sopra tutti insieme. Ah ah ah ah.

Incredibile che #quellavoltache e #metoo stiano riscuotendo così tanta attenzione e seguito. Ma come: non è piaciuta a tutti e a tutte il lungo porno estivo sui media ricco di dettagli su come compiere una violenza di branco in spiaggia e su quanto siano meretrici le giovani americane che arrivano in Italia fingendo di voler studiare ma in realtà per irretire poveri padri di famiglia e riscuotere poi il loro rimborso antistupro? Ma davvero alle donne tutto questo non piace? Ma come: la palpatina, la battuta verace, eddai si scherza. E poi se non c’è gelosia non è amore, se un uomo non ti difende a pugni non è un vero uomo, se non è prepotente non si fa valere. E tu occupati del frigo, dei vecchi e dei figli che io penso ai soldi. E non scocciare che sabato sera ho il calcetto e poi il giro a puttane con gli amici, che quelle non sono mica vere donne: a loro nessuno le nobilita come farò io quando ti chiederò di sposarmi; ma solo se aspetti buona buona.
Dal bilocale di edilizia pubblica in periferia al più candido studio televisivo, dalla baracca delle operaie fino alle terrazze con boschi verticali, dagli strip club innesto tangenziale fino alle festine dei produttori, dalla spiaggia buia alle luci del varietà, il copione della coppia in scena è sempre lo stesso. E ha francamente stufato.

Il maschio italico come specie protetta.
Che in Italia il modello uomo/donna -pubblico, privato, culturale, professionale- sia inadeguato da decenni è palesemente incontestabile. Così come il fatto che la classe maschile al comando del paese dal secondo dopoguerra ha prodotto danni che solo un presidio accurato, continuo e solidale, trasmesso dai padri ai figli, può ancora mantenere il paese nel suo stato di connivente disagio e diseguaglianza.
“Ammettiamolo: permettere agli uomini di lavorare e persino di comandare è stato davvero un errore”

Una generazione fatta male

Se è vero che occorrono quattro generazioni per uscire da una condizione di indigenza, quante generazioni serviranno per superare l’indecenza tutta italiana di una nazione ancorata a modelli socio-economici morti da decenni, senza consapevolezza del presente né visione del futuro, ostinatamente incapace di premiare il merito?
Molti anni fa, volli a tutti i costi incontrare un giornalista che ammiravo molto. Ci riuscii, naturalmente. E quando conquistai anche io la sua stima, un giorno mi disse, preoccupato :«Nadia, tu sei una ragazza intelligente. Vero che il tuo sogno non è aprire un agriturismo in toscana né lasciare l’Italia?»
E poi aggiunse, cupo: «Abbiamo bisogno di non perdere quelli come te. Perché noi siamo una generazione fatta proprio male»

Quella frase – “una generazione fatta molto male” – mi si conficcò in testa come un chiodo.
Avevo 21 anni, studiavo da umanista, avevo poche idee e molto confuse. Di fronte a me, solo strade per l’inferno: professioni al limite dello sfruttamento, oppure inaccessibili; o così stabili e immutabili da farmi sentire -ne ero certa- giorno dopo giorno solo più morta.
Io, che avevo vent’anni allo scoccare del millennio, rilevavo un’evidente scollamento tra le prospettive di un mondo che stava cambiando e la rigidità degli schemi sociali, occupazionali, economici, perfino sentimentali ai quali mi si chiedeva di adattarmi con docilità. Insomma: internet era una realtà in piena espansione (si immaginava già cosa sarebbe stato il 2.0), esistevano i voli low cost, l’euro, i programmi erasmus, il formato europeo per il curriculum vitae, gli FSE, i paesi emergenti, i telefoni cellulari, la globalizzazione delle merci e dei mercati, il trattato di Kyoto, la crisi della FIAT, No Logo, i mutui subprime, persino il federalismo fiscale.
Per me, che avevo vent’anni, era ovvio che il mondo in cui dovevo prepararmi a vivere era grande, complesso e incasinato; ma sembrava fosse ovvio solo a me. L’università che frequentavo -una delle più antiche d’Italia- era impegnata a “resistere” con orgoglio a ogni cambiamento del piano di studi. Il mondo del lavoro “resisteva”. La parola “resistenza” era ovunque: rimbalzava in un’eco senza fine dalle pagine dei giornali, dalla televisione, dai discorsi che potevi ascoltare ovunque, distrattamente, a casa, nei convegni, nei discorsi.
“Resistere, resistere, resistere…”, disse Borrelli nel 2002.
Ma la resistenza – mi domandavo – non è qualcosa a cui si appellano quelli che lottano contro l’oppressione mentre fanno la rivoluzione?