l’unico genere dell’amore

Esiste un unico genere d’amore: l’amore. Ma le manifestazioni dell’amore sono innumerevoli.
Una madre balzerà giù dal letto, sentendo un rumore insolito in piena notte, e vi farà ritorno soltanto quando avrà accertato che ogni angolo della sua casa è sicuro e al riparo da ogni preoccupazione. Un uomo distoglierà lo sguardo dalla sua partita di golf per seguire l’aereo che fende il cielo lasciandovi una vistosa scia. Una massaia darà un breve colpo di telefono alla vicina per chiederle se ha bisogno di qualcosa, prima di recarsi in automobile in città. Queste sono tutte manifestazioni di un potere che abbiamo dentro di noi e che per forza di cose deve essere divino, perché non è un’invenzione umana.
Che cosa è l’amore? Molte cose sono amore, e in verità l’amore è presente nella misericordia, nella compassione, nel rapporto amoroso, nell’affetto.
[…] Una cosa caratterizza l’amore e lo differenzia dalle emozioni a esso imparentate: l’amore non ammette l’io.
Pochi di noi arrivano a provare compassione; per alcuni di noi “relazione amorosa” è poco più che un’espressione; in molti di noi la capacità di provare affetto è spenta da tempo; ma tutti noi, una volta o l’altra, per un istante solo o per tutta la nostra vita, abbiamo preso le distanze da noi stessi: abbiamo amato qualcosa o qualcuno. L’amore, quindi, è un paradosso: per averlo, dobbiamo darlo. L’amore non è qualcosa di intransitivo: l’amore è un’azione diretta della mente e del corpo.
Senza amore, la vita è inutile e pericolosa. L’uomo è in viaggio, diretto verso Venere,

viaggio al termine dell’intimità

il mio primo amore, il fidanzato dei 18 anni, mi leggeva Viaggio al termine della notte d’autunno davanti alla stufa. da allora, ogni volta che posso, chiedo agli uomini che incontro di ripetere per me quel piccolo gesto: leggermi ad alta voce un libro, un articolo, una fiaba. è una delle cose più intime che mi concedo di collezionare. e tutte quelle voci, che leggono per me parole bellissime, nel tempo sono diventate una sorta di eco privato, un lungo e ininterrotto canto d’amore che mi porto dentro. un segreto. ma la prima nota ebbe le parole di Louis-Ferdinand Céline.

nei giorni scorsi è uscito su La Stampa un bell’articolo a firma di Ernesto Ferrero, traduttore, studioso e anche appassionato di Céline, dell’autore e dell’uomo. parlando delle sue donne, traccia una matrice di erotismo ossessiva, molto simile ad altri tratti della sua personalità. leggerlo, mi ha precipitato a capofitto nel mio personale bout de la nuit, quel posto buio, intimo, affascinante e spaventoso in cui amiamo perdutamente e siamo altrettanto perdutamente soli.

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Un harem decentrato e itinerante, una multinazionale dell’eros ginnico. A tirarne le fila, un Monsieur Verdoux nonviolento, uno scacchista che movimenta le sue pedine amatorie con talento spregiudicato, un Machiavelli della banlieu che dispensa consigli di cinismo pratico. È il dottor Louis Destouches, medico dei poveri e titolare del Dispensario di Clichy, nella più sofferente delle periferie parigine. All’inizio degli anni ‘30 diventa scrittore, assume il nome della nonna, si trasforma in Céline

Dieci buone ragioni per sposare un’amica (e non un fidanzato)

Quando finalmente la Cirinnà sarà legge dello Stato, spero che almeno una delle amiche che stimo accetti la proposta che ho fatto qualche giorno fa: sposarci e vivere davvero felici. Parliamoci chiaro: una coppia è molto più simile a una piccola azienda. L’amore permette di alleggerire le estenuanti e continue contrattazioni, necessarie per la conduzione quotidiana. E se invece di amore ci fosse amicizia? Un’amicizia profonda, rispettosa, fondata sulla stima e sul sostegno reciproco?
Non ridete. Qui la situazione è gravissima. Noi ci scherziamo, diciamo che alla nostra età per farci davvero innamorare “o sei ricco o sei Rocco”. Però prima di prendere impegni a lungo termine con un uomo ci pensiamo mille volte. Mentre – ve lo dico – quando faccio questa proposta alle amiche l’espressione cambia, l’interesse è evidente. Insomma: non è una sciocchezza, ma un’idea con un suo perché.
E allora, ho messo in fila dieci buone ragioni per sposare un’amica e vivere per sempre felici e indipendenti.

1) Il sesso non sarà mai un problema: ognuna potrà farne quanto vuole con chi vuole.
2) La gelosia nemmeno.
3) Potremo passare ore in bagno a prepararci e nessuno ci dirà mai che siamo in ritardo.
4) Ognuna di noi potrà fare tutti i figli che vorrà con chi le pare. Io personalmente li adotto volentieri tutti.
5) Potremo avere un’intera parete armadio per le scarpe.
6) A San Valentino festeggeremo l’inizio delle ultime settimane di saldi.
7) Non faremo mai un abbonamento tv per lo sport.
8) Diventeremo grasse insieme.
9) E poi ci metteremo a dieta.
10) Al matrimonio, potremo scegliere due abiti da sposa.

Perché amiamo gli amori infelici

Dico sempre che i libri non li trovi per caso: ti cercano. E io ho tra le mani in questi giorni un libercolo datato 1920 su cui, a pagina 31, è descritto magistralmente il centro intorno al quale ruotano molte delle storie che scelgo di scrivere. L’autore è Henry Cochin. E questo scrive:

Le storie degli amori troppo felici ci piacciono, ma ci producono insieme un senso di stanchezza e di noia, forse per la loro inverosimiglianza o forse per la loro monotonia. La storia dell’amore infelice tocca invece il fondo del nostro cuore; eccita quelle più umane fibre di pietà e di sensibilità che risuonano in noi così forte. Noi vediamo in essa l’eterno contrasto fra la felicità intravveduta e talora quasi raggiunta e l’insanabile infermità del nostro stato che non ci permette di avvicinarci a quella se non a lunghi intervalli, e non ci permette di sentirne tutta la dolcezza se non quando essa sta per sfuggirci. Ed è per ciò che, sia pure per un momento, hanno potuto godere di così alte gioie: v’è in queste qualche cosa che non si cancella mai intieramente, e che, anche allora quando sembra soccombere, trionfa. Come un prigioniero, anche se non oppresso da pesanti catene, è tuttavia padrone della sua libera anima; così noi siamo padroni dell’infelicità che ci colpisce e ci prostra, se non muore dentro il cuor nostro il ricordo della felicità di cui altra volta abbiamo goduto.

Cinque cose che ho imparato andando al cinema a Roma

Faccio outing: per andare al cinema io devo farmi forza. Nessun audio evoluto, schermo plasmato, effetto specializzato riesce mai davvero a ripagarmi della forzosa convivenza coi miei simili nella stessa gabbia, seppur dotata di tanti tantissimi comfort. Esistono però le eccezioni che valgono il sacrificio. Come film che vanno assolutamente visti sul grande schermo. E come contesti socio-culturali che nel cinema si condensano al massimo, rendendo l’esperienza unica e indimenticabile. È il caso di Roma, dove amiche persino più snob di me mi raccontano da anni aneddoti e dettagli delle proiezioni in sala nelle capitale da farmi salire una curiosità irresistibile. Così, mercoledì sera, con qualche ora di solitudine, mi sono preparata e sono entrata per la prima volta in un cinema romano. Confesso: non sentendomi pronta all’estremo, ho optato per un filmone (The Revenant) in lingua originale con sottotitoli. Ed ecco cinque cose che posso garantirvi succedono davvero in una sala di cinema a Roma durante le proiezioni.

1. Puntualità questa sconosciuta.
La prima cosa che ho imparato è che gli orari di proiezioni sono indicativi, per non dire a casaccio. La proiezione che doveva iniziare alle 21, nel mio caso, è iniziata quasi alle 21,20. Prima c’è stato un lungo buio, poi tanta pubblicità, poi ancora del buio. In mezzo, noia immotivata e convivenza forzata con altri esseri umani. Non ero preparata.

2. Guarda come mangi.
Se qualcuno vi racconta di sale invase da sacchetti della spesa pieni di cibarie, decilitri di bibite gassate con rutto libero incorporato, frigoriferi portatili e spuntini consumati ininterrottamente per l’intera durata della proiezione, bhè: credetegli. Nella mia fila, c’era una compagnia di dodici persone con un pallet di birra rossa da discount. Salute.

3. Piscia che ti passa.
Se bevi litri di birra rossa, poi è ovvio che farai tanta plin plin! Per fortuna, nella borsa del discount non c’erano dei pappagalli per pisciare direttamente al posto.

4. Illuminami di senso.
Esiste -ne sono certa- una spiegazione plausibile

Dopo la sera del dì di festa [il comunicato EWMD su Colonia]

Ricevo e condivido pienamente il comunicato che le donne aderenti a EWMD pubblicano in merito ai fatti di Colonia, che ancora oggi non si placano.
Per fortuna, oserei dire: perché combattere la violenza e l’imbecillità non significa sopravvivere a una notte di festa.

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I gravi fatti di Colonia sono il sintomo di un disagio culturale e sociale che si canalizza e focalizza contro le donne, contro le loro libertà di muoversi e vivere come desiderano. L’azione coordinata e di massa a cui abbiamo assistito in Germania ad opera di immigrati e richiedenti asilo, mostra un malessere diffuso e un sentimento ostile forse comprensibile ma non tollerabile. Le delegazioni Italiane di EWMD European Women’s Management Development, International Network Condannano in modo inappellabile quanto accaduto e gli atteggiamenti di sottovalutazione che sono seguiti, spesso insultanti quanto i fatti dolosi. Sono consapevoli che c’è una cultura maschile a volte prepotente e violenta alla base delle aggressioni di donne a Colonia, la stessa cultura presente in piazza Tahir al Cairo e anche più vicina a noi quando si imputa ai comportamenti femminili, all’abbigliamento “disinvolto” l’insorgenza della violenza maschile. Non sottovalutano l’origine etnica degli aggressori ma auspicano che non venga utilizzata per nascondere le quotidiane violenze fisiche e/o sessuali che le donne subiscono nel nostro paese, in casa e al lavoro. Non accettano che la risposta a queste violenze collettive sia l’istituzione di no-go zones o codici comportamentali per le donne che ne limitino la libera espressione di sé. RITENGONO CHE debbano essere prese delle misure

Le bestie

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Io non sono un uomo. Ma se lo fossi, credo che in questi giorni più di altri sarei preda di un cortocircuito emotivo e di autostima, per il mio genere e forse anche per me. Tre episodi su tutti che dominano i nostri media. A Colonia, mille uomini festeggiano Capodanno molestando le donne in stazione; polizia e sindaco ricordano alle signore che un po’ se la sono cercata. Record del New York Times per l’ottimo articolo firmato da Rukmini Callimachi sulla minoranza Yazidi che include lo stupro tra le pratiche devozionali; l’articolo però generalizza e titola “L’ISIS incoraggia una teologia dello stupro”. E poi il toccante ritorno accanto ai figli di Pinky, la donna di Dello che il marito ha tentato di uccidere dandole fuoco. I bambini, che sono meravigliosi di fronte alle tragedie, ricordano a tutti che «la mamma è da toccare con attenzione». Quando toccò a me uscire da una relazione conflittuale e violenta, mia figlia sentenziò: «Mamma, non devi più voler bene a qualcuno che non ti vuole bene». Ha ragione lei.

Odio chi odia il Capodanno

Odio chi odia il Capodanno.
No, non è vero. Però detesto leggere a rimpallo da anni lo stesso brevissimo testo di Antonio Gramsci, proposto come se fosse una scheggia impazzita di cinismo e disincanto.
Gramsci ha scritto cose intelligenti. Anche questa naturalmente lo è. Ma prima di identificarsi con Gramsci bisognerebbe aver vissuto almeno in parte la sua vita.

Io non odio il Capodanno. Nemmeno lo amo. Però ne ho profondamente bisogno. Così come sono convinta che tutti noi ne abbiamo bisogno. Ancora di più da quando viviamo immersi in questa melma di socialità deviata a cui ci hanno rapidamente abituato i social network. La finestra sul mondo che ogni mattina apriamo snobbando nel 95 per cento dei casi il resto del web e che usiamo per affermare in eterno il nostro presente, sempre uguale a se stesso, fatto di buonismo, insulti anonimi che tali devono restare pena la censura e l’esilio, panorami struggenti, critiche senza destinatari, rabbia, gattini, bambini, e tutto il cibo e il sesso che ci è pubblicamente concesso.
Abbiamo bisogno del Capodanno perché non abbiamo più il senso del tempo. Perché abbiamo il terrore di fare un bilancio serio e approfondito degli scenari che ci circondano. Il Capodanno ci serve per vedere che non nevica più, che non c’è più freddo, che la nostra è una mezza stagione perenne, un medioevo antimoderno in cui non abbiamo rimesso in fila il passato più recente ed evitiamo di pensare al futuro per non cadere in depressione.
Io ho bisogno del Capodanno per fermarmi e alzare la testa, almeno una volta l’anno, e capire se ce l’ho ancora un piano a lungo termine, un’ambizione di vita, un senso e una direzione, e ogni giorno non è semplicemente uguale all’altro, occhi bassi e tirare avanti. Ho bisogno di una data in cui vedere i miei figli che crescono e capire se sto facendo qualcosa per loro o se, come hanno fatto i miei genitori e i loro genitori prima di loro, sto vendendo anch’io il loro futuro, gli tolgo l’acqua e l’aria, gli consegno un mondo in guerra, nessun passato su cui riflettere, né una coscienza collettiva, né la forza di riconoscere i diritti e lottare per essi.

Non c’è niente di male a fare un bilancio. E con buona pace di Gramsci, è quanto meno da trent’anni che siamo passati dall’avere un’economia di mercato all’essere una società di mercato: saper fare bilanci e allenare il pensiero economico non è solo una qualità, ma una necessità.
Anch’io come Gramsci vorrei ogni giorno rinnovarmi e fare i conti con me stessa, con la consapevolezza di sapere se sono dalla parte dei virtuosi o da quella degli oscurantisti; ma vivo in una società che non è più moderna perché ha perso i pilastri di riferimento e costruzione di ogni società moderna e progressista, illuminata e giusta, ciòè quelli della formazione, dell’informazione e dell’opinione.
Nessuno che viva nel mio mondo può permettersi di citare Gramsci

Scrivere male di sesso

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manca pochissimo per sapere quale sarà il grande autore vincitore di una delle mia competizioni preferite: il Bad sex in fiction award, il premio che da oltre vent’anni la Literary Review inglese attribuisce alla peggior scena di sesso contenuta in un’opera letteraria originale. giusto ieri sera discutevo del perché scrivo di erotismo (di porcherie, come mi dice qualcuno), del perché lo faccio, del perché a mio parere ce n’è un estremo bisogno e della difficoltà di affrontare la scrittura di una dimensione tanto universale quanto controversa come quella legata all’eros, alla coppia, alla seduzione, all’intimità, al sesso.
i Bad sex in fiction award mi rimettono sempre in pace col mondo. perché anche i grandi scrittori (come i grandi poeti, o i grandi registi) qualche volta non sanno scrivere bene di erotismo. e se questi sono i peggiori, esiste tutta una terra di mezzo di mediocri. ai quali vanno sottratti quelli che, prima di dare il visto si stampi, preferiscono sottrarre ai loro personaggi la sfera dell’intimità.
è un po’ come nella vita, che quando incontri qualcuno e ti fai un’idea su di lui, poi a letto non puoi mai davvero sapere prima come sarà. e qualche volta, comunque, anche se è bravissimo, in qualche modo non funziona.

tra i nomi di quest’anno ci sono anche degli insospettabili, come la Jong.
e se siete curiosi,

Mr. Lover Lover

Lo incontri e gridi: epifania!
 È lui, lʼuomo che nei tuoi più sfrenati e orgiastici desideri primaverili hai sperato di incrociare, quando gli ormoni si risvegliano e le gonne si accorciano.
 Mr. Lover Lover potrebbe tranquillamente tenere un corso a Sting sullʼarte del sesso tantrico: lui è quello che di fronte ai tuoi sfiniti rantolii dopo treoretre di sesso acrobatico replica con un sorrisetto: “non sono un eiaculatore precoce” e tu, meschina, piegata e sorniona, grata e incredula, erigi a fallico totem dellʼamore, persa in priapici riti di iniziazione e incline al più totale e anacronistico abbandono decidi di sfidare sorte, raziocinio e buone convenzioni pur di avere la tua “dose”.
In effetti non possiamo biasimarti: chi non vorrebbe fare sesso con lʼuomo più dotato in materia mai incrociato sul tuo pellegrinaggio di ignoranticlitoridei/minusdotati/tarantolatidellamissionaria/ eiaculatoriprecoci/allergiciallafiga/adoratoridelpiede?
Mr. Lover Lover è uno che ne sa. Non penserai mica che sia arrivato a sublimare a tal punto lʼars amandi con un corso della Cepu?

Sfuggente peggio di un’anguilla, Mr Lover Lover è un vero artista nel tenerti sulla corda. Ma con lʼineccepibile arte del “ vorrei ma non posso”.
 Che sia un’improrogabile riunione ai vertici della Cia, un irrisolvibile problema familiare, un inderogabile appuntamento con uno esperto di medicina nucleare, o si tratti di salvare il mondo dalla prossima fine pronosticata dai Maya, lui ha una missione che è sempre più importante di te. 
Ma non è così grossolanamente bastardo da dirtelo, perché alla fine zompettare tra le lenzuola (anche) con te è pur sempre una delle sue attività preferite.

Perciò sfodera la carta dei “vorrei ma non posso e ti amo ma devo” e ti lascia in attesa fino al suo (fin) troppo prevedibile picco ormonale quando -fanculo a riunioni al vertice, operazioni a cuore aperto e amici in crisi di astinenza!- verrà da te per soddisfare la sua primario e indifferibile missione: