#quellavoltache siamo passati dalle parole ai fatti (anche attraverso il porno)

[questo post lo trovate anche sul blog del Corriere della Sera a questo link]

Stiamo facendo un bel casino con #quellavoltache. E voi state leggendo un sacco di titoli su “la fine del maschio”. Tranquilli: quel maschio qui dovrebbe finire da decenni; ma in Italia ha trovato un habitat in cui ancora prolifera e prospera indisturbato, gonfio e tronfio, così retrò nei suoi modelli, nel suo stile e persino nelle sue idee da risultare incomprensibile per il resto del mondo. Immutabile e resistente, fatto di una inimitabile lega made in Italy, il nostro maschio frigna e si lamenta quando gli diciamo quanto è ridicolo e patetico; ma tutto sommato non si spaventa mai: sa di non essere in pericolo.
Stiamo facendo un bel casino con #quellavoltache. Ma nessuna testa è rotolata; ancora.
Domani come oggi: per strada, sui mezzi, in ufficio, ovunque vada, ogni donna continuerà a subire le stesse molestie di ieri, così immutabili da poter essere categorizzate e rappresentate dai maggiori prodotti di punta dell’intrattenimento e della cultura per riderci sopra tutti insieme. Ah ah ah ah.

Incredibile che #quellavoltache e #metoo stiano riscuotendo così tanta attenzione e seguito. Ma come: non è piaciuta a tutti e a tutte il lungo porno estivo sui media ricco di dettagli su come compiere una violenza di branco in spiaggia e su quanto siano meretrici le giovani americane che arrivano in Italia fingendo di voler studiare ma in realtà per irretire poveri padri di famiglia e riscuotere poi il loro rimborso antistupro? Ma davvero alle donne tutto questo non piace? Ma come: la palpatina, la battuta verace, eddai si scherza. E poi se non c’è gelosia non è amore, se un uomo non ti difende a pugni non è un vero uomo, se non è prepotente non si fa valere. E tu occupati del frigo, dei vecchi e dei figli che io penso ai soldi. E non scocciare che sabato sera ho il calcetto e poi il giro a puttane con gli amici, che quelle non sono mica vere donne: a loro nessuno le nobilita come farò io quando ti chiederò di sposarmi; ma solo se aspetti buona buona.
Dal bilocale di edilizia pubblica in periferia al più candido studio televisivo, dalla baracca delle operaie fino alle terrazze con boschi verticali, dagli strip club innesto tangenziale fino alle festine dei produttori, dalla spiaggia buia alle luci del varietà, il copione della coppia in scena è sempre lo stesso. E ha francamente stufato.

Il maschio italico come specie protetta.
Che in Italia il modello uomo/donna -pubblico, privato, culturale, professionale- sia inadeguato da decenni è palesemente incontestabile. Così come il fatto che la classe maschile al comando del paese dal secondo dopoguerra ha prodotto danni che solo un presidio accurato, continuo e solidale, trasmesso dai padri ai figli, può ancora mantenere il paese nel suo stato di connivente disagio e diseguaglianza.
“Ammettiamolo: permettere agli uomini di lavorare e persino di comandare è stato davvero un errore”, ha scritto in questi giorni Ruth Graham su Slate, permettendoci finalmente una risata intelligente dopo giorni di fegato grasso.
Gli uomini al potere in politica, nei media, nell’editoria, nella cultura, nella medicina, nella ricerca, nel web, nelle imprese e nella finanza producono danni all’economia, all’ambiente, al welfare, sono responsabili di disuguaglianze sociali, crimini e guerre. Non è un’opinione ma un fatto: dai tempi dei dictat fascisti fino agli obblighi disattesi sulle quote rosa e poi sulle pari opportunità, è uno strazio costringerli a mollare un potere che gestiscono obiettivamente male. Ci sono poi settori (come i media e la cultura, giusto per citarne due a caso, non proprio irrilevanti) dove non esistono quote rosa o obblighi che tengano; e quindi le donne sono una minoranza incasellata, disciplinata, mobbizzata, sfruttata, sottopagata, umiliata. Di fronte al mondo, i nostri inossidabili uomini di potere sono rimasti gli unici a ripetersi (ormai ossessivamente) che sono bravi, lavorano bene, sono degni di stima e rispetto. E che le donne, in fondo, si dividono tutte in tre categorie: le zoccole-opportuniste, le zoccole-che-non-ci-stanno e le inchiavabili (mi sia concessa la licenza poetica, che traggo quale citazione dalla quarta carica dello Stato in una telefonata a uno dei suoi fornitori di prostitute a domicilio nell’ormai indimenticabile 5 ottobre 2008).

#quellavoltache sta facendo emergere storie orribili di abusi quotidiani. Ma il presidio è stabile e coeso, dimostrando di saper reggere allo stress e mettendo in campo tutte le strategie di colpevolizzazione delle vittime: si colpevolizzano le narratrici, si pretende che siano validate dall’imparziale certa e rapida giustizia (risata generale), si apre lo squarcio del giudizio morale, si mercifica la storia, si cercano i dettagli pornografici nella molestia. Da battaglia di diritto civile a sfilata di scosciate da Bagaglino è un attimo, insomma.
Ma in tutto questo copione, che dalla primissima e confusa invettiva di Sabina Guzzanti nel 2009 nella piazza “No Cav” rivediamo sempre uguale, con gli stessi titoli e lo stesso sviluppo quando protestiamo per diritti e retribuzione, per il riconoscimento del merito professionale, per l’equità nel welfare, per l’emersione del nero soprattutto nelle professioni della cura, per la definitiva espulsione degli obiettori dagli ospedali pubblici, per la prevenzione delle violenze domestiche, per la difesa dei centri di prima accoglienza, contro la depenalizzazione dei crimini di molestia persecuzione diffamazione bullismo ai danni delle donne soprattutto le più giovani, contro l’efferatezze degli stupri e dei femminicidi, contro il traffico di donne e di bambine, contro i numeri crescenti del turismo sessuale, contro un’Italia dove un uomo è libero di essere uno schifoso e sarà sempre degno di pubblico rispetto, mentre le donne saranno sempre a priori responsabili della violenza subita, in tutto questo c’è una variabile imprevista che cresce costantemente: uomini che non solo non riconoscono questo modello, ma lo rifiutano ormai con insofferenza.

Accelerazionisti contro Bobo Vieri.

Crediamo che la distinzione più importante della sinistra di oggi si trovi tra coloro che si attengono ad una politica del senso comune [folk politics] basata su localismo, azione diretta ed inesauribile orizzontalismo e coloro che delineano ciò che deve dovrebbe chiamarsi una politica accelerazionista, a proprio agio con una modernità fatta di astrazione, complessità, globalità e tecnologia. I primi si ritengono soddisfatti con la creazione di piccoli spazi temporanei di relazioni sociali non capitalistiche, evitando i problemi reali connessi a nemici che sono intrinsecamente non locali, astratti, e profondamente radicati nelle infrastrutture di tutti i giorni. Il fallimento di tale politica è si trova fin dal principio costruito al suo interno. Al contrario, una politica accelerazionista cerca di preservare le conquiste del tardo capitalismo, e allo stesso tempo di andare oltre ciò che il suo sistema di valore, le sue strutture di governance e le sue patologie di massa permettano.

Il Manifesto per una politica accelerazionista è datato 2013. Ma nel capitolo in cui parla di futuro delinea bene lo scenario a cui stiamo assistendo: l’emersione prepotente del localismo, il folk-politics o “gentismo”, come l’ha definito recentemente Leonardo Bianchi (qui intervistato da Veronica Raimo) che tenta di resistere al cortocircuito tra i propri codici fuori tempo e il mondo globalizzato di cui pretende di avere solo i benefici materiali, barricandosi nei suoi privilegi coloniali, rinchiudendosi su se stesso e rifiutando di mettere in discussione le proprie consuetudini e i propri valori.

TEETH, Jess Weixler (left), 2007. ©Weinstein Company

Dovunque si guardi, ai maschi italiani è sempre proposto lo stesso modello da commedia e cinepanettone: superlavoro, supermacchinone, nero in Italia e risparmi all’estero, amicizie potenti, moglie coetanea a casa e amante giovane fuori. È il modello Bobo Vieri: lui invecchia ma a ogni inizio estate la sua fidanzate ha sempre 23 anni. Quando si esprime pubblicamente sulle pari opportunità, lo fa come Flavio Briatore: bisogna che le donne abbiano qualcosa da fare, col lavoro e coi figli, perché altrimenti rompono i maroni. Una “recente ricerca scientifica” (dio, quanto amo i giornali che citano le fonti!) ha dimostrato che sarebbe la voce delle donne a stressare i poveri maschi: se gli uomini non ascoltano, dunque, è colpa dei toni di voce femminile. E se non capiscono?
Immaginiamo che questa magica proprietà repellente si trasmetta anche ai tweet, ai post, agli articoli e a tutta la letteratura prodotta da decenni che si ostina a ribadire che la violenza, la segregazione e l’esclusione delle donne è un danno per la società, per l’economia e per il progresso. Non lo dico io, ma un uomo che ha preso il nobel per aver affermato una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria:
“Dove le donne stanno bene, tutti stanno meglio”.
È almeno dagli anni ’90 che l’economista Amartya Sen lo ripete più o meno incessantemente. A quanto pare, anche gli uomini a volte non sono ascoltati.
Guardiamo il lato positivo della cosa: non è la voce ad irritare, bensì le idee.

Resistendo alle pressioni dei media corporativi, ancora fermi ad Asia Argento e impegnatissimi nel mettere in campo tutti i 101 modi di screditare le vittime di abusi e violenze di genere, #quellavoltache continua a trovare nuove parole per descrivere la violenza. L’hashtag, come l’alohomora del maghetto Harry Potter, dà nome e letteratura ad abusi stratificati e intollerabili. Ma persino dopo la figuraccia di Guia Doppiafaccia Soncini che in Italia dà addosso alle donne che denunciano e dalle colonne del New York Times parla di fallimento del femminismo nazionale chiamando in causa nientemeno che la mafia (e discriminando ipso facto altri innegabili simboli nazionali come gli spaghetti, Venezia e Benigni), rimane da chiedersi: che nonostante la gravità evidente e pervasiva della violenza #quellavoltache rimanga ancora un caso di narrazione e non una leva di partecipazione e cambiamento in favore delle pari opportunità e della meritocrazia è solo un problema nazionale?

La verità di PornHub.
Il World Economic Forum dice di sì: il rapporto annuale sul gender gap ci piazza in cinquantesima posizione; ma possiamo peggiorare, considerando che dall’anno precedente siamo scesi di 8 posizioni (la Grecia in piena Grexit, per capirci, ne ha perse “solo” 5).
Ma ben oltre quelle del WEF o dell’EIGE Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (creato “solo” nel 2006 dopo una graduale presa di consapevolezza normativa e politica della “questione di genere” come pilastro dell’Unione) esiste una statistica globale, attendibile quanto informale, che ci aiuta a capire come sia possibile ignorare il problema dell’abuso ai danni delle donne. Nel numero uscito lo scorso 7 luglio in edicola, Internazionale ha tradotto il lungo articolo di Maureen O’Connor uscito sul New York Magazine con il titolo Database of desire: un’inchiesta su come la pornografia on line riesca a delineare meglio di altri flussi di dati lo scenario socio-culturale del nostro tempo.
Mindgeek è un vero colosso del web, con un volume di traffico e di dati tale da potersi permettere il ruolo di osservatorio dei trend della rete. Tra i suoi siti c’è anche Pornhub che, a cinque anni dal suo esordio nel web, gestiva talmente tanti dati da aprire un sito dedicato solo agli insights, cioè alle statistiche del proprio volume di traffico: il porno si avvia a diventare quasi il 40% del totale di informazioni e dati scambiati in rete e, nell’epoca degli algoritmi e dei bigdata, diventa un altro parametro con cui consideriamo il mondo e cerchiamo di trovare soluzioni efficaci a problemi globali.
Perché non vi vengano dubbi: nella vostra profilazione come acquirenti, Facebook non fa alcuna distinzione tra la vostra immagine pubblica fatta di post moralisti, meme spiritosi, foto di colazioni e tramonti, e gli scatti osceni e piccanti che vi mandate su Messenger e Wazzup per flirtare con chi non si dovrebbe sapere.

I dati sono solo dati. E quelli del porno in rete non sono solo curiosi o interessanti: sono molto utili per capire cosa ogni persona, nella piena libertà della sua relazione più intima -tra sé e i suoi dispositivi connessi in rete- desidera, cerca, scambia, trova.
È anche molto utile per tutti voi che per Natale state pensando di comprare uno smartphone ai vostri bambini che vanno alle elementari, che non controllate mai la cronologia dei browser dei vostri figli, che gli create il profilo su Facebook dal primo giorno di vita e li mollate in chat senza mai sapere con chi o cosa si dicono e si scambiano: più o meno un click su 4 produce o indirizza a un contenuto pornografico. Invece di menarla tanto con il gender e “i valori di una volta” e l’amore “normale” fareste tutti bene a interessarvi seriamente di informatica e sicurezza in rete!
Tornando a noi, nel 2013 PornHub inaugurò tre funzioni destinate a cambiare sé e il web: il primo fu il sito di insights, come abbiamo detto; la seconda fu l’etichetta amatorial, che ha decretato il trionfo globale di PornHub; e l’ultima fu una categoria che ebbe subito un enorme successo e un altrettanto immediata censura. La categoria era rape, ovvero stupro. La domanda e l’offerta di contenuti di questo tipo era così alta che il portale, fedele al suo manifesto di tolleranza per ogni tipo di fantasia erotica basata sul consenso di entrambi i partner, abilitò l’etichetta.
Non fu solo la pressione dei media, fu anche una domanda della stessa azienda: qual è la probabilità che l’abilitazione pubblica di fantasie di stupro nel gioco erotico facciano sentire gli utenti autorizzati a praticare lo stupro come una qualsiasi forma di erotismo nella realtà? La domanda non è banale.
“Il porno non è un mero agente causale del modo in cui facciamo sesso: è diventato un laboratorio dell’immaginazione sessuale, e come tale ci offre la chiave di lettura di una coscienza sessuale collettiva in rapida evoluzione”, scrive O’Connor.
Immersi come siamo in un flusso costante di pornografia accessibile e diffusa, possiamo dire di usare la rete per vedere i nostri desideri o forse invece desideriamo quello che abbiamo visto in rete?

L’etichetta fu tolta. Ma la categoria rimase, naturalmente; e venne sciolta nell’ordinario razzismo della piattaforma, dove gli utenti cercano etnie sessualizzate secondo stereotipi classici (vi dò un indizio: per i neri, non è il ritmo nel sangue), aggiungendo un più blando “forced”, ovvero: costretta/o.
E se è vero che didascalie, avvisi, schermate, disclaimer si prodigano a precisare che entrambi i partner sono consenzienti e fingono la violenza, rimane il fatto che, parcellizzato dalla pruderie razzista, la prima richiesta degli utenti del maggior portale di pornografia del mondo è forced.

Gli italiani sono un popolo che ama molto PornHub. E il sito ricambia, con insights dedicati annualmente ai maggiori trend nazionali e qualche numero speciale, come quello sulla finale di Miss Italia del 2016. Vi interesserà sapere che, mediamente, gli italiani “usano” i video di PornHub per poco più di 8 minuti, contro una media mondiale di 9:16; che gli italiani preferiscono le connazionali, ma in versione MILF e teen; e che siamo soliti rispettare le feste astenendoci dalla pornografia (ma recuperando il giorno dopo, a digestione avvenuta).

Naturalmente, le divertenti e curiose statistiche pubbliche di PornHub non hanno ombre nei loro report; e noi non sapremo mai quale sia la percentuale dei video cercati della sub-sub-sub-categoria forced.
In generale, dunque, a parte la pausa festiva e l’apprezzamento dell’avvenenza nazionale, gli italiani non sono diversi dal resto del mondo rispetto al sesso.
Perché allora qui è ancora così maledettamente difficile cambiare i rapporti uomo e donna nella società e nella politica?


L’ultimo miglio: la partecipazione attiva e le community.

Il terremoto scatenato da #quellavoltache avrà come naturale corso quello di un irreversibile innesto di tematiche di interesse comune (si va dal welfare alla formazione, dalla cultura all’informazione, dall’economia al lavoro, e via di seguito) nell’agenda politica delle prossime elezioni.
…o no?
L’Istat ci restituisce una fotografia impietosa del rapporto tra italiani e politica, registrando una vera e propria pandemia a carico dell’intero Paese: la disaffezione politica. I cittadini che più dovrebbero partecipare al progetto del Paese sui temi di diritti, società, ambiente ed economia importanti, cioè quelli tra i 18 e i 34 anni, sono volontariamente esiliati dalla vita pubblica: non si informano, non si interessano, non partecipano. Ma anche quando si informano, scelgono come fonte autorevole le “altre persone”: le chiacchiere, il gossip, il telefono senza fili. Anche quelli che si informano, hanno gli stessi canali preferenziali: tivù e passaparola. In questo scenario, la costruzione di una consapevolezza sembra davvero un’impresa eroica, così come il confronto con fonti autorevoli e con voci in grado di aiutarci non solo a decodificare il presente, ma anche a capire come possiamo passare dalla percezione alla partecipazione. In una nazione di pettegoli che parlano per luoghi comuni sembra davvero impossibile accendere un dibattito che vada oltre lo schieramento da stadio.
#quellavoltache ha reso evidente il bisogno di partecipazione. Non solo alla narrazione collettiva, ma alla costruzione di una società rinnovata nel profondo di se stessa, dei suoi valori educativi e culturali, della rappresentazione di sé e, perché no, anche dei modi di essere uomo e di essere donna, in ogni fase della vita, nel privato e nel pubblico, nella professione e nella realizzazione di sé.

L’hashtag è nato dall’intuizione di un’autrice e giornalista, Giulia Blasi, che come prima cosa l’ha condivisa con un gruppo di persone riunitesi nel tempo in rete proprio per condividere e alimentare quotidianamente un dibattito sulle pari opportunità.
Se il web è pieno di community animate da valori di violenza e diffamazione che però fanno tanto ridere con la stessa grassa ironia che pare convenzionalmente dovuta al patetico apprezzamento fuori luogo (Sesso Droga e Pastorizia, per citarne uno tra i più noti, contro cui l’amata-odiata Selvaggia Lucarelli conduce da tempo una battaglia di informazione e legalità), è anche pieno di gruppi di persone che condividono idee costruttive che poi portano nella pratica di tutti i giorni.
Il digitale non è un mondo a sé: è solo uno dei nostri ambienti di vita.
Questo significa che, se sapete cercare, in ogni città esistono progetti e realtà impegnate per contrastare modelli ormai inadeguati basati su valori fuori tempo, come l’individualismo e la prepotenza, con progetti di aggregazione, conoscenza, integrazione. Sono molte le realtà che nelle città italiane già costruiscono un paese diverso: progetti di impresa no profit e culturale, reti di volontariato e di partecipazione civica dal basso, co-progettazione partecipata, i nodi delle reti antiviolenza, associazioni sportive e culturali per categorie fragili, imprese responsabili impegnate in progetti di welfare e riqualificazione dei territori che le ospitano; e perfino molte parrocchie, che -complice la crisi delle vocazioni e la presa di coscienza di un necessario ripensamento della propria sostenibilità all’interno dei nuovi ecosistemi urbani- sono oggi l’epicentro di progetti di integrazione, di aggregazione, di nuove comunità urbane e sociali.
#quellavoltache è un’iniziativa così importante che ha bisogno di continuare a scendere: dalle donne che hanno voce a quelle che non ce l’hanno, perché non conoscono le parole o perché sono così abituate a considerare normale la violenza da non aver mai nemmeno immaginato il valore di una società e di un’economia basate sul principio dell’equità.

#quellavoltache ha soprattutto bisogno degli uomini. Quelli che ci hanno scritto in tutte queste settimane, che non si sentono diversi: sono diversi da quel modello lì. E non solo prendono le distanze, ma provano un disgusto quotidiano che gli è stato insegnato o imposto di reprimere. La regola del “per rubare tanto bisogna essere d’accordo in molti e guardare tutti altrove” vale anche per l’oppressione di genere. Chi agisce quotidianamente nell’impunità, chi mantiene la stima dei suoi pari anche con comportamenti predatori, chi compete non per merito ma per prepotenza, chi è violento, razzista, sessita, corrotto, danneggia tutti.
Connivenza e convenzione non sono necessariamente sinonimi: non esiste giorno migliore di oggi per cambiare ciò che è ingiusto da troppo tempo.

#quellavolta che è un progetto di cultura del presente. E la cultura non la fanno i musei o le scuole, i cinema o i teatri, i concerti o le mostre: la fanno le persone.
Volete che il posto dove vivete sia migliore di come lo avete trovato? Conoscete meglio le persone, le loro storie. Conoscete gli insegnanti dei vostri figli, parlate con loro. Conoscete le persone che lavorano per voi e con voi. Conoscete le persone che lavorano per i progetti della vostra città, della vostra provincia, la loro storia, il loro reale impegno. Conoscete le persone, per quello che sono e per quello che fanno. Valutate se stanno davvero contribuendo a realizzare un paese che vi rappresenta meglio di quello in cui raccontate in rete di non riconoscervi.
Perché quando le parole diventano partecipazione, succedono grandi cose:

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