Una generazione fatta male

Se è vero che occorrono quattro generazioni per uscire da una condizione di indigenza, quante generazioni serviranno per superare l’indecenza tutta italiana di una nazione ancorata a modelli socio-economici morti da decenni, senza consapevolezza del presente né visione del futuro, ostinatamente incapace di premiare il merito?
Molti anni fa, volli a tutti i costi incontrare un giornalista che ammiravo molto. Ci riuscii, naturalmente. E quando conquistai anche io la sua stima, un giorno mi disse, preoccupato :«Nadia, tu sei una ragazza intelligente. Vero che il tuo sogno non è aprire un agriturismo in toscana né lasciare l’Italia?»
E poi aggiunse, cupo: «Abbiamo bisogno di non perdere quelli come te. Perché noi siamo una generazione fatta proprio male»

Quella frase – “una generazione fatta molto male” – mi si conficcò in testa come un chiodo.
Avevo 21 anni, studiavo da umanista, avevo poche idee e molto confuse. Di fronte a me, solo strade per l’inferno: professioni al limite dello sfruttamento, oppure inaccessibili; o così stabili e immutabili da farmi sentire -ne ero certa- giorno dopo giorno solo più morta.
Io, che avevo vent’anni allo scoccare del millennio, rilevavo un’evidente scollamento tra le prospettive di un mondo che stava cambiando e la rigidità degli schemi sociali, occupazionali, economici, perfino sentimentali ai quali mi si chiedeva di adattarmi con docilità. Insomma: internet era una realtà in piena espansione (si immaginava già cosa sarebbe stato il 2.0), esistevano i voli low cost, l’euro, i programmi erasmus, il formato europeo per il curriculum vitae, gli FSE, i paesi emergenti, i telefoni cellulari, la globalizzazione delle merci e dei mercati, il trattato di Kyoto, la crisi della FIAT, No Logo, i mutui subprime, persino il federalismo fiscale.
Per me, che avevo vent’anni, era ovvio che il mondo in cui dovevo prepararmi a vivere era grande, complesso e incasinato; ma sembrava fosse ovvio solo a me. L’università che frequentavo -una delle più antiche d’Italia- era impegnata a “resistere” con orgoglio a ogni cambiamento del piano di studi. Il mondo del lavoro “resisteva”. La parola “resistenza” era ovunque: rimbalzava in un’eco senza fine dalle pagine dei giornali, dalla televisione, dai discorsi che potevi ascoltare ovunque, distrattamente, a casa, nei convegni, nei discorsi.
“Resistere, resistere, resistere…”, disse Borrelli nel 2002.
Ma la resistenza – mi domandavo – non è qualcosa a cui si appellano quelli che lottano contro l’oppressione mentre fanno la rivoluzione?

Il senso di colpa dovrebbe disturbare il sonno di chi appartiene alla generazione degli attuali sessantenni. Le loro responsabilità sono molte e chiaramente individuabili. C’è poco da salvare dalla loro azione pubblica. Ci si ricorderà di loro come di una generazione abile a farsi classe dirigente, spietata nel difendere le proprie posizioni di potere, incurante del bene comune e della crescita dell’Italia. Conclusa la stagione nella quale lo stato e l’economia hanno fatto leva sul debito pubblico e sulla svalutazione della lira, le nostre èlite hanno mostrato impietosamente tutta la loro incapacità.

Era il 2009, i miei trent’anni, quando usciva un pamphlet intitolato Non è un paese per giovani. L’anomalia italiana: una generazione senza voce. Lo firmavano la giornalista Elisabetta Ambrosi e il demografo Alessandro Rosina. Era un accurato appello alle èlite del paese -politiche, imprenditoriali, culturali, sociali, finanziarie, accademiche, artistiche e quant’altro vi venga in mente- per superare «la discrepanza evidente tra la nuova visione del mondo che proclamano – una second life lavorativa fatta di premi ai ragazzi e ragazze volenterosi, sorridenti fantocci col pc in mano e la laurea in tasca – e le pratiche selvaggiamente gerontocratiche, familistiche e corporative che continuano a mettere in atto».
Io già lavoravo, praticavo la rete, studiavo per capire meglio l’Europa. In Francia si preparava il successo di Indignez-vous!, in Spagna si organizzavano le prime riunioni di quello che sarebbe diventato l’M15, in tutto il mondo si accendeva il dibattito su nuovi valori politici comuni e comunitari. Da noi, invece, serpeggiava l’ideologia dell’autoimprenditorialità, che di per sé non avrebbe niente di male, se solo esistesse un mercato del lavoro attento e competitivo sulle risorse migliori.
«È come se i giovani di oggi, invece di fare la rivoluzione pubblica, cercassero di mettere in atto una sorta di continua micro rivoluzione permanente e privata, l’unica che essi riescono a concepire».

Quando ho spento definitivamente la televisione (dopo l’arrivo di internet, nessun palinsesto per me poteva più reggere il confronto con l’immensa ricchezza di contenuti accessibili dai browser), quel “fatta molto male” mi è diventato ogni giorno più chiaro: significava, in estrema sintesi, “fatta molto furba per sé”. Come quando la vedevo ostinarsi a tenere le casse previdenziali di quelli come me (i giovani, i precari, quelli delle nuove identità di lavoro, come le chiamavano i sindacati) ben separate dalle loro, che continuavano a fare acqua da tutte le parti, mantenendo famiglie intere di baby pensionati e graziati da finestre anticipate, bonus e vitalizi.
È stato più o meno il periodo in cui ho iniziato a scrivere e ho preso la tessera da giornalista; quando dicevo e ripetevo convinta che il mondo dell’informazione e ancor di più quello dell’arte sarebbe stato diverso da quello dell’impresa. Almeno finché non ho scoperto quanti editori italiani non pubblicano autrici. E non ho sentito con le mie orecchie ben due direttori di importati testate dire che l’unica soluzione per tenere vivi i giornali era spegnere il web. Senza dubbio, la mia ingenuità e il mio ottimismo li annovero tra i miei peggiori difetti.

Uno dei commensali si lamenta dei figli, dice che non hanno voglia di fare niente, il grande si è fissato che vuole fare teatro di strada e ha smesso di studiare, la piccola sta sempre in giro con gli amici e quest’anno l’hanno bocciata, e questo apre tutto un filone di discorso sulla prole, con quelli che si dicono fortunati perché almeno i loro sono andati via da questo paese e quelli che invece si disperano perché i loro sono senza motivazione, ma dico io, bello de papà, alla tua età io già me facevo un bucio de culo sui set, a me nessuno m’ha regalato niente, te vorrai da’ ‘na sveglia pure te?

Giulia Blasi ha solo pochi anni più di me e vive di scrittura autonomamente, cioè senza pesare sulla famiglia o sul partner. Una delle pochissime che conosco e che sono per me una minoranza eroica. L’anno scorso ha scritto un libro, pubblicato per Piemme, che parla proprio di quella “generazione fatta molto male”. Si intitola: Se basta un fiore. L’ha scritto come una fiction, fatta tutta di soggettiva della camera e di dialoghi, tra due famiglie simbolo del successo per quella generazione lì: quelli del mattone (i palazzinari) e quelli dello spettacolo (lo show biz, baby). Una generazione piena di manie e di fobie, impegnata a mantenere intatte ipocrisia, etichette e formalismi in una nostalgia di tempi andati, ormai privi di ogni valore e invece pieni di frustrazione; una generazione di misogini e di incompetenti relazionali; che ha generato figli indolenti, incapaci di sopravvivere senza la lezione di yoga, dipendenti da antidolorifici e alcool, emotivamente sterili, senza alcuna preparazione al confronto, alla contrattazione, al fallimento. Una generazione attratta dalle bugie e dalla magia, entusiasta e irresponsabile nell’allevare figli senza lattosio, senza proteine e senza limiti.

Non basta pensare che sia la famiglia, la nostra famiglia, il motivo di tutto. Siamo cresciuti con lo stesso padre e la stessa madre, e ognuno di noi cinque è sbagliato in un modo diverso. O forse siamo tutti, a modo nostro, giusti: e l’unico modo per smettere di sentirci in difetto è allontanarci da chi pretendeva di fare non figli ma cloni, un piccolo esercito di allegri replicanti pronti a sostituirli negli uffici e nei salotti. Non è sufficiente, non regge, non funziona


Sono i soldi, l’ossessione della “generazione fatta male”. Avere i soldi, metterli al sicuro nel mattone, consegnare ai figli proprietà immobiliari su cui accumulare debiti, garanzie, fidi, in un sodalizio tra finanza e real estate che ha come scopo finale quello di avere tutto lì: i mattoni, i soldi, i figli. Una generazione di ossessionati dal controllo, impreparati al progresso, che piuttosto che governare un cambiamento preferiscono negarlo, ben oltre il punto in cui è ormai troppo tardi. Una generazione sempre presente ma mai consapevole, che ha sostituito il presenzialismo al senso di responsabilità, alla competenza, alla lungimiranza. Una generazione che preferisce i martiri ai testimoni, che pubblicamente non sostiene nemmeno più la legalità e nel privato pratica con orgoglio e perseveranza la mafia delle raccomandazioni, degli accordi d’onore, del favore reciproco per sé e per i propri cari. Una generazione che si è arresa nella difesa dell’equità e dell’universalità, che dall’analisi costi/benefici e dall’ingerenza immorale del mercato non riesce a proteggere niente; nemmeno i diritti civili. Una generazione che si è spostata tutta a destra, che pur di non rinunciare a svaghi e benessere è disposta a vivere in un mondo dove quel benessere e quegli svaghi sono il frutto di ingiustizie e schiavitù.
Una generazione infelice, che si rifugia in una narrazione falsa di un passato felice inesistente, dove i rumori delle battaglie ideologiche e i fronti della guerra civile e politica sono soppiantati dall’allegra melodia delle sigle in tivvù.

Io vorrei che tutti cominciassimo a sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo piú giusto. Un mondo di uomini e donne piú felici e piú fedeli a se stessi. Ecco da dove cominciare: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo cambiare anche quello che insegniamo ai nostri figli.
[da Dovremmo essere tutti femministi, trascrizione del discorso di Chimamanda Ngozi Adichie]

Esiste un modo per richiamare quelli fatti male a un limite di decenza e rispetto, per ripristinare uno stato di diritto responsabile verso le nuove generazioni, presenti e future? Nel pamphlet di Ambrosi e Rosina, così come in tutti i loro omologhi internazionali, la via è chiaramente indicata: uscire dalla connivenza e attivare forme di impegno civile e politico che siano fondate su modelli e valori del presente e del futuro. L’anomalia italiana resta quella di definire nuovi movimenti fondati sulla xenofobia o, anche peggio, sul guerrilla marketing; tutti e comunque rispondenti non a valori ma a emozioni, come la rabbia e l’indignazione. Non è possibile fare politica sulle emozioni, per il semplice fatto che non abbiamo su di esse alcun controllo. E il futuro di una società, per definizione, è qualcosa a cui ognuno quotidianamente contribuisce attivamente. Sentire non significa fare: questa differenza sostanziale segna la distanza tra il rinnovamento della democrazia e l’instaurazione all’autocrazia.
Nel libro della Blasi, in dimensione domestica, esiste una strada gemella: emanciparsi dai modelli di genere, rifiutare il successo dei favori e dell’immobilismo delle caste, opporsi al presidio dei ruoli e alla cannibalizzazione del talento altrui, fuggire ai ricatti di famiglie così fragili da basarsi solo sul bisogno, imparare l’arte dell’egoismo strumentale per proteggere i propri ideali e la propria ambizione, fregarsene, andare via e farsi la propria strada.

Poco tempo dopo il nostro incontro, quel giornalista così arguto scrisse anche lui un pamphlet, in cui esortava i giovani italiani ad andarsene via da un paese in fatale declino.
Naturalmente, non diceva dove dovessimo andare, né cosa dovessimo andare a fare in questo posto evidentemente migliore, anche se non era chiaro in che modo lo fosse. Né tanto meno spiegava cosa avrebbe fatto lui, quando noi ce ne saremmo andati tutti in questo posto assolutamente migliore. E non spendeva neanche una parola a spiegare perché non ci andava lui per primo, in questo posto così irresistibile da doverci investire senza indugi il nostro futuro.
Perché anche lui, come quelli della sua generazione, sono incomprensibili concetti come mercato internazionale del talento e delle competenze, diritti universali, equità, welfare, globalizzazione delle persone, che smonterebbero assiomi talmente retrò da non passare mai di moda come “fuga dei cervelli” o “immigrazione clandestina”.
Quando chiusi il suo libro, aspettai un momento per scrivergli: ero delusa, ero offesa, mi sono sentita come mi sento ogni volta che ho a che fare con l’ottusità di una generazione che è fatta male ma passa il tempo a predicare non si sa bene con che diritto. Ho argomentato la mia posizione, obiettando sui passaggi a mio avviso più retorici e deboli della sua tesi, sollecitando una coerenza tra l’uomo che avevo conosciuto e l’autore che non riconoscevo, auspicando un più convinto impegno sociale e politico per ripristinare un equilibrio tra generazioni e stringere un nuovo patto socio-economico tra la sua e la mia generazione.
Mi ha mandato affanculo.
…che fosse quello, il posto misterioso che riservava nel suo libro al futuro della mia generazione?

Questo articolo lo trovate pubblicato anche sul blog del Corriere della Sera a questo link.

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