la generazione dei corpi tiepidi

l’Huffington Post ha pubblicato nei giorni scorsi un bellissimo post di Krysti Wilkinson, che oltre a essere una donna intelligente, ha la mia stessa fatale dipendenza: il gelato.
il post ha un titolo senza possibilità di obiezione: We are the generation who doesn’t want relationships, noi siamo la generazione che non vuole relazioni. per la versione italiana del portale Milena Sanfilippo ne ha fatto una traduzione efficace. come sempre, nella nostra lingua tutto suona più dolce. ma il messaggio è chiaro; e seppure in disaccordo, sul merito o sulle argomentazioni, non di meno non lo possiamo ignorare.

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We want a second coffee cup in our Instagrams of lazy Saturday mornings, another pair of shoes in our artsy pictures of our feet. We want a Facebook official relationship every one can like and comment on, we want the social media post that wins #relationshipgoals. We want a date for Sunday morning brunch, someone to commiserate with during the drudge of Mondaze, a Taco Tuesday partner, someone to text us good morning on Wednesday. We want a plus one for all the weddings we keep getting invited to (how did they do it? How did they find their happily ever after?). But we are the generation who doesn’t want a relationship.

We swipe left in hopes of finding the right person. We try to special order our soulmate like a request on Postmates. We read 5 Ways to Know He’s Into You and 7 Ways to Get Her to Fall For You, in hopes of being able to upcycle a person into a relationship like a Pinterest project. We invest more time in our Tinder profiles than our personalities. Yet we don’t want a relationship.We “talk” and we text, we Snapchat and we sext. We hangout and we happy hour, we go to coffee and grab a beer – anything to avoid an actual date. We private message to meet up, we small talk for an hour only to return home and small talk via text. We forgo any chance of achieving real connection by mutually playing games with no winner. Competing for “Most Detached”, “Biggest Apathetic Attitude”, and “Best at Being Emotionally Unavailable”, what we end up actually winning is “Most Likely to Be Alone”.

We want the façade of a relationship, but we don’t want the work of a relationship. We want the hand holding without the eye contact, the teasing without the serious conversations. We want the pretty promise without the actual commitment, the anniversaries to celebrate without the 365 days of work that leads up to them. We want the happily ever after, but we don’t want to put the effort in the here and now. We want the deep connection, while keeping things shallow. We long for that world series kind of love, without being willing to go to bat.

We want someone to hold our hand, but we don’t want to put the power to hurt us in their hands. We want cheesy pick up lines, but we don’t want to be picked up… for that involves the possibility of being set down. We want to be swept off our feet, yet at the same time remaining safely, independently, standing on our own. We want to keep chasing the idea of love, but we don’t want to actually fall into it.

We don’t want relationships – we want friends with benefits, Netflix and chill, nudes on Tinder. We want anything that will give us the illusion of a relationship, without being in an actual relationship. We want all the rewards and none of the risk, all of the payout and none of the cost. We want to connect – enough, but not too much. We want to commit – a little, but not a lot. We take it slow: we see where it goes, we don’t label things, we just hang out. We keep one foot out the door, we keep one eye open, and we keep people at arm’s length – toying with their emotions but most of all toying with our own.

When things get too close to being real, we run. We hide. We leave. There’s always more fish in the sea. There’s always another chance at finding love. There’s just such a little chance of keeping it these days…

We hope to swipe right into happiness. We want to download the perfect fit like a new app – that can be updated every time there’s a hitch, easily compartmentalized into a folder, deleted when we have no more use for it. We don’t want to unpack our baggage – or, worse, help someone unpack theirs. We want to keep the ugly behind the coverup, hide the imperfections with an Instagram filter, choose another episode on Netflix over a real conversation. We like the idea of loving someone despite their flaws; yet we keep our skeletons locked in the closet, happy to never let them see the light of day.

We feel entitled to love, like we feel entitled to full time jobs out of college. Our trophies-for-everyone youth has taught us that if we want something, we deserve it. Our over-watched Disney VHSs taught us true love, soul mates, and happily ever after exist for everyone. And so we put in no effort, and wonder why our prince charming hasn’t appeared. We sit around, upset that our princess is no where to be found. Where is our consolation prize? We showed up, we’re here. Where’s the relationship we deserve? The true love we’ve been promised?

We want a placeholder, not a person. We want a warm body, not a partner. We want someone to sit on the couch next to us, as we aimlessly scroll through another newsfeed, open another app to distract us from our lives. We want to walk this middle line: pretending we don’t have emotions while wearing our heart on our sleeve, wanting to be needed by someone yet not wanting to need someone. We play hard to get just to test if someone will play hard enough – we don’t even fully understand it ourselves. We sit around with friends discussing the rules, but no one even knows the game we’re trying to play. Because the problem with our generation not wanting relationships is that, at the end of the day, we actually do.

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Vogliamo una seconda tazza di caffè da postare su Instagram, durante un pigro sabato mattina. Un altro paio di scarpe per le foto “artistiche” dei nostri piedi. Vogliamo una relazione ufficiale su Facebook che tutti possano commentare, vogliamo il post che sancisca il successo della nostra coppia. Vogliamo un appuntamento per il brunch della domenica, qualcuno con cui lamentarci della fatica del lunedì, un partner per il taco del martedì, qualcuno che ci scriva “buongiorno” il mercoledì. Vogliamo un “più uno” per tutti i matrimoni a cui continuano ad invitarci (come hanno fatto? Come sono riusciti a trovare il loro lieto fine?). Ma siamo la generazione che non vuole relazioni serie.

Spulciamo i social nella speranza di trovare la persona giusta. Cerchiamo di “ordinare” l’anima gemella come fosse una cena da farci consegnare. Leggiamo articoli come “Cinque modi per scoprire se gli piaci” e “Sette metodi per farla innamorare” sperando di riuscire a trasformare una persona in un partner, come fosse un progetto fai-da-te su Pinterest. Investiamo tempo sul nostro profilo Tinder, anziché sulla nostra personalità. Eppure, non vogliamo una relazione.

“Parliamo” e scriviamo messaggi, utilizziamo Snapchat e ricorriamo al sexting. Ci vediamo in giro, andiamo agli happy hour, ci incontriamo per un caffè o per una birra. Tutto, pur di evitare un vero appuntamento. Ci mandiamo messaggi privati per incontrarci, chiacchieriamo del più e del meno per un’ora, solo per tornare a casa e continuare i convenevoli via messaggio. Aggiriamo ogni possibilità di stabilire una connessione reale, in un gioco delle parti dove nessuno vince. Nella nostra competizione per diventare “i più distaccati”, quelli con “l’atteggiamento più indifferente”, “i campioni dell’inaccessibilità sentimentale”, alla fine l’unica cosa che vinciamo è il premio per le “maggiori probabilità di restare soli”.

Vogliamo solo la facciata di una relazione, ma non vogliamo lo sforzo che questa richiede. Vogliamo tenerci per mano senza guardarci negli occhi, le battute senza un dialogo serio. Vogliamo una bella promessa, senza l’impegno concreto. Gli anniversari da festeggiare senza i 365 giorni di lavoro che li precedono. Vogliamo il lieto fine, il “e vissero felici e contenti”, ma non vogliamo fare il minimo sforzo nel presente. Vogliamo la sintonia profonda, restando su un piano superficiale. Desideriamo con ardore un amore travolgente, ma senza essere disposti a lottare per ottenerlo.

Vogliamo una persona che ci prenda per mano, ma non vogliamo mettere nelle sue mani la facoltà di ferirci. Vogliamo facili battute da rimorchio, ma non vogliamo essere rimorchiati… perché questo comprende anche la possibilità di essere scaricati. Vogliamo qualcuno che ci faccia mancare la terra sotto i piedi, ma allo stesso tempo vogliamo restare ancorati a noi stessi, in modo sicuro e indipendente. Vogliamo continuare a inseguire l’idea dell’amore, ma non vogliamo innamorarci sul serio.

Non vogliamo una storia d’amore, vogliamo amicizie speciali, il nostro “Netflix and Chill”(fare sesso con Netflix in sottofondo ndt), foto di nudi su Tinder. Vogliamo qualsiasi cosa possa darci l’illusione di un rapporto serio, senza essere davvero coinvolti in una relazione. Vogliamo tutte le gratificazioni a rischio zero, la ricompensa senza il sacrificio. Vogliamo stabilire un contatto, “abbastanza, ma non troppo”. Vogliamo impegnarci. Solo un po’, non tanto. Vogliamo andarci piano: stare a vedere che piega prende, senza definire le cose, ci frequentiamo e basta. Abbiamo sempre un piede fuori dalla porta, gli occhi ben aperti, teniamo le persone a distanza di sicurezza, giocando con i loro sentimenti ma, soprattutto, con i nostri.

Quando le cose iniziano a diventare autentiche, scappiamo. Ci nascondiamo. Andiamo via. Dopotutto, il mare è pieno di pesci. C’è sempre un’altra possibilità di trovare l’amore. Ma ci sono così poche possibilità di tenerserlo, di questi tempi…

Speriamo di incappare nella felicità. Vogliamo scaricare l’incastro perfetto come una nuova app, che può essere aggiornata ogni volta che c’è un intoppo, facilmente archiviata in una cartella e cancellata quando non ci serve più. Non vogliamo disfare il nostro bagaglio emotivo, o peggio, aiutare qualcun altro a fare altrettanto. Vogliamo insabbiare gli aspetti sgradevoli, nascondere le imperfezioni con un filtro Instagram, preferire un altro episodio su Netflix ad una conversazione reale. Ci piace l’idea di amare una persona nonostante i suoi difetti, eppure continuiamo a tenere i nostri scheletri ben chiusi nell’armadio, felici di non esporli mai alla luce del sole.

Pensiamo che l’amore ci spetti di diritto, come un lavoro a tempo pieno dopo l’università. La nostra gioventù viziata ci ha insegnato che, quando vogliamo qualcosa, la meritiamo e basta. Le videocassette della Disney, ormai consumate, ci hanno insegnato che il vero amore, l’anima gemella, il lieto fine esistono per tutti. Per questo non ci disturbiamo a fare sforzi e ci chiediamo perché il nostro principe azzurro non si sia ancora fatto vivo. Ci trastulliamo, sconvolti perché la nostra principessa sembra introvabile. Che ne è stato del premio di consolazione? Noi ci siamo esposti, siamo qui. Dov’è la relazione che meritiamo? L’amore che ci era stato promesso?

Vogliamo un tappabuchi, non una persona. Vogliamo qualcuno d’insignificante, non un partner. Vogliamo qualcuno che sieda sul divano accanto a noi, mentre scorriamo indolenti gli aggiornamenti social ed apriamo un’altra app che ci distragga dalle nostre vite. Vogliamo restare sul filo del rasoio: fingiamo di non avere emozioni, ma mostriamo apertamente i nostri sentimenti. Desideriamo una persona che abbia bisogno di noi, ma non vogliamo aver bisogno di quella persona. Fingiamo di essere inafferrabili solo per vedere se qualcuno farà lo stesso con noi, senza neanche comprenderne il motivo fino in fondo. Con gli amici ci divertiamo a stabilire le regole, ma nessuno sa a che gioco vogliamo giocare. Perché il problema della generazione che non vuole relazioni è questo: alla fine della fiera, è tutto quello che desideriamo.

David Wojnarowicz’s 1989 self-portrait, silence = death

[ le fotografie sono di David-Wojnarowicz ]

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