il tempo dei libri

maxresdefault

da tempo mi ero ripromessa di trascrivere due passaggi dall’adattamento che Luca Ronconi ha fatto del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451 nel 2007.
primo perché sono entrambi molto suggestivi e turbinosi.
poi perché mi paiono così veri e inquietanti che meritano, ciclicamente, di essere riletti.
nel primo, parlano Montag e il Capitano. poi solo quest’ultimo. che dice una cosa molto vera, almeno per me: che c’è un tempo in cui nei libri cerchiamo un aiuto per la nostra vita; e inevitabilmente non lo troviamo.

*

CAPITANO – No, Montag, va bene, va bene. Succede a tutti i vigili del fuoco, prima o poi. Sono stato malato anch’io tanto tempo fa.Stavo per morire, stavo male, dentro.
MONTAG – Tu?
CAPITANO – Eh sì. Io sono il tipo stra-sicuro di sé. Eppure, sono stato malato o anch’io, eh sì. Sono rimasto a letto, sai. per giorni, settimane, a guardare il mondo fuori dalla finestra. Cercando, sai, di dargli un senso, di farlo quadrare. Ma non quadrava. per poco nn ci resto secco. Accidenti. Poi, quando ho preso la ia decisione – diventare un incendiario al cento per cento, vigile del fuoco a 360 gradi, diabolicamente efficiente 24 ore al giorno, 10 mila ore l’anno – allora mi sono ripreso. E da quel giorno io sono stato sempre bene. Incendiare, era la mia risposta. uh. Che rivelazione è stata. Sono rinato. Meglio di un cristiano dopo il battesimo.
MONTAG – Ma ti sei dovuto ammalare prima e poi riprenderti?
CAPITANO – Eh sì. E sai che cosa mi aveva fatto ammalare? Sapevo troppo. Più cose mi ficcavo nella testa. Più aumentava la confusione, più non quadrava più niente. Sapevo che una volta, oh sì una volta, tanto tempo fa, erano poche le persone al mondo in grado di leggere. E quindi c’erano pochi libri a disposizione. E poi, che è successo: più gente, più libri. E più gente c’è, più i libri devono diventare semplici. Eh sì. Ci guadagni in quantità ma ci perdi in qualità. Giusto, Montag?
MONTAG – Non ci avevo mai pensato.
CAPITANO – Bravo! E non lo fare mai. Lascia pensare me al posto tuo, no? Sai, Montag, se hai solo pochi lettori al mondo, i libri possono permettersi di essere particolari, diversi. Ma se oggi la sovrappopolazione invade il mondo, ma come si fa a scrivere libri su misura per ognuno? No, non si può fare. E allora si scrivono pochi libri per tutti. Ecco, cosa si fa. E allora sai lasci la carrozza e il cavallo del diciannovesimo secolo laggiù, e cominci a entrare e uscire a precipizio da ascensori, armadi, macchine, treni, aerei, jet, salti, corri, spingi, ti fai largo. Come in ritardo a un appuntamento importantissimo. Gridi. Sempre di corsa. Come il coniglio bianco di Alice. Giusto Montag?
MONTAG – Non lo so. Non sono molto ferrato in storia.
CAPITANO – E lascia che sia io a ferrarti. Salta, forza, salta, Corri, corri, salta, corri, corri, spingi, spingi. Non c’è tempo. Tutto il giorno all’ora di punta e la notte tu sogni a velocità supersonica. Non c’è tempo per leggere. Non c’è tempo neanche per vivere. Corri, corri, corri e poi, che succede? Montag
MONTAG – I libri diventano più corti.
CAPITANO – Bravo. Condensi tutto. Stringi tutto. Trasformi i giganti in nani, i nani in formiche, e le montagne in quei mucchietti di terra smossi dalle talpe. Classici ridotti a spot radiofonici di 15 minuti e ulteriormente tagliati, per diventare rubriche rletterarie di 2 minuti. Accelera la pellicola, accorcia la notizia. Dacci riviste come Click, Foto, Guarda Ora, Scatto, Svelto, Ritmo, Su, Giù, In, Out, Bang, Smack, Boang, Boom. E la politica? Esaurita in una battuta. Ma neanche un titolo. Ma che ci importa a noi della storia? Dateci il titolo sensazionale. Fai girare la centrifuga. Strappati il pensiero di dosso. Ficcatelo nel culo. Abbrevia la scuola. E lascia perdere la disciplina. Uccidi il latino, avvelena l’inglese, dai la cicuta alla filosofia, all’inferno la grammatica. E chi se ne frega dell’ortografia. Fai strage di bottoni. Sostituiscili con le lampo. Non vorrai mica un uomo che se ne sta lì, all’alba, ad abbottonarsi, con del tempo a disposizione per pensare. No? No. Quindi: svuota i teatri, chiudi i cinema, perché…Ma tu non vorrai mica che la gente se ne stia a chiacchierare per strada, dopo aver visto uno spettacolo o un film. No? O sì? No. No. No. No. Allora, che le case abbiano pareti di vetro. Che le pareti siano schermi televisivi. Che il soffitto garantisca il dolby surround. E ognuno se ne stia per conto suo. Uccidi Amleto. E poi che altro
MONTAG – Io non…
CAPITANO – Montag. Ti piace il baseball? Il football? Il basket, l’hockey su ghiaccio, la pelota? Bhé, Montag dovresti conoscerla la pelota? Il rugby, la palla a mano…
MONTAG – Sì, sì, sì.
CAPITANO – Bene, eccellente. Ottimo. Di più, ancora di più. Sfreccia, batti, colpisci, corri, salta. Azione. Ci vuole un sacco di punti. Bello show. Più sport per tutti, più spirito di squadra, più divertimento. Organizza e fa organizzare il super super sport. Per poterne parlare ininterrottamente. Ma si parlerà soltanto di classifiche. Roba bella, rassicurante: classifiche. Del basket, del baseball, del football, del tennis: classifiche. Niente sostanza, niente politica, niente filosofia, neanche uno straccio di idea. Montag! Noi non vogliamo niente, niente di tutto questo. Che nella mente non penetri neanche un filo d’ossigeno. Vendi più macchine. Sì. Fai muovere la gente. Onore ai nomadi della benzina, che si spostano a fiumi nella notte. I rifugiati della benzina. Le città sono solo motel tutti uguali e tu stanotte abiti in una stanza dove io ho dormito a mezzogiorno e qualcun altro ha dormito la notte prima. E sbrigati, non rallentare. Corri, per tutto il Paese così veloce che non riesci neanche a vedere la terra, le fattorie, le case. Niente. Corri, corri, e basta. E tieni la radio a tutto volume. Fatti esplodere il cervello. Rintronati le orecchie. Così non dovrai pensare, non dovrai parlare. E arriverai alla fine del viaggio come un pazzo invasato senza un briciolo di saggezza in più di quando sei partito.

img_7875
*

CAPITANO – Guardami. L’uomo che amava i libri. Anzi, il ragazzo che avrebbe fatto di tutto per loro. L’invasato che si arrampicava sugli scaffali, come uno scimpanzé impazzito. Io li mangiavo, come l’insalata. I libri erano il mio sandwich per il pranzo, la merenda, la cena, lo spuntino di mezzanotte. Strappavo le pagine e le mangiavo con il sale, le condivo con la salsa piccante, rosicchiavo le rilegature, sfogliavo i capitoli con la lingua, leccavo le costole. Libri a dozzine, a centinaia, e a miliardi ne ho portati a casa. Così tanti che per anni ho avuto la gobba. Filosofia, storia dell’arte, poltica, sociologia, la poesia, la saggistica, la grande drammaturgia. Qualsiasi cosa. Montag, io li divoravo. E poi, diamine, mi è successa la vita. La solita storia, sai. Sempre la stessa. L’amore, che non va per il verso giusto. Il lavoro non è esattamente quello che tu avevi desiderato. Il sogno che si infrange e il sesso si esaurisce. La morte che arriva in un lampo per amici che non la meritano. L’assassinio di questo e quello. La pazzia di una persona che ti è molto cara. La lenta agonia di una madre. Il rapido suicidio di un padre. E da nessuna parte, Montag, da nessuna parte il libro giusto al momento giusto. Un libro -uno!- che riesca a puntellare il muro in frantumi della diga che va cedendo per contenere il diluvio. Più o meno una metafora. Suppergiù una similitudine. E sul limite estremo dei trent’anni, affacciandomi ai trentuno, mi sono rialzato con tutte le ossa rotte, con escoriazioni su ogni centimetro di pelle, pieno di lividi, coperto di ferite, mi sono guardato allo specchio. Ho visto un vecchio, perso, dietro al volto terrorizzato di un giovane. E ho visto l’odio, su quel volto. L’odio per tutto e per tutti. Tu dì una cosa qualsiasi: io l’avrei mandata al diavolo. Allora, ho aperto le pagine della mia bella biblioteca. E cosa c’ho trovato? Che c’ho trovato? Le pagine erano vuote. Ogni singola pagina il vuoto, il vuoto assoluto. Oh sì, certo, le parole erano lì; ma scorrevano sui miei occhi come olio tiepido. Prive di significato. Non mi offrivano alcun aiuto, alcun sollievo, né pace, né riparo. Non un autentico amore, non un giaciglio, non una luce. Le parole erano insetti microscopici, minuscole isole di batteri che sarebbe stato meglio bruciare. E feci domanda per diventare vigile del fuoco di prima classe. Il primo a salire su per le scale. Il primo a entrare dentro la biblioteca. Il primo dei compagni a dare fuoco a tutto. Nel cuore della fornace incandescente, inondatemi di cherosene, passatemi la torcia!

E se volete vedervi tutto lo spettacolo, lo trovate qui.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *