perché io e Elena Ferrante non possiamo stare su Facebook

Mettiamo che siete lì, in spiaggia, e vi state ciucciando un Calippo. Oppure siete al bar e vi scappa l’occhio su un pacchetto di BigBabol. O magari è una sera noiosa di fine estate e decidete di farvi un giro agli autoscontri.
Mettiamo che vi salga così, improvvisamente, un guizzo tardivo della vostra adolescenza. E mettiamo che in questo guizzo vi venga voglia di fare uno scherzone di quelli potenti. Tipo quando mettevate il dentifricio nel sacco a pelo del compagno di tenda in campeggio. O quando allungavate lo smalto della vostra amichetta con la benzina.
Insomma.
Ci pensate e poi… intuizione: và che banno tizio o tizia da Facebook. Sai le risate??!

Far cancellare l’account di qualcuno è molto facile perché a Facebook gli stiamo sulle palle preventivamente praticamente tutti.
Pensatelo un po’ come un adulto che vuole farsi i fatti suoi e voi siete dei bambinoni isterici che state lì e insistete per interagire e discutere e condividere notizie, video, foto, eccetera eccetera eccetera. Basta che all’adulto un paio di voi facciano rimostranza perché siate messi all’angolo, in castigo. O rispediti da dove siete venuti.
Volete far cancellare un account Facebook? Bastano due mosse.
1) Segnalate le sue foto. Non importa per cosa. Voi segnalate. In Facebook non vi si richiede di pensare per quale motivo siete degli stronzi; ve li fornisce lui. C’è anche un generico “mi dà fastidio” che va bene per chiunque.
2) Segnalate il suo account. Dite che non è vero, che è un bugiardone, che ha mentito, che è lui non siete voi. Insomma: chiamate la maestra e fate quelli innocenti e piagnoni.
È meglio se questa cosa la fate in due. Cioè se la persona la segnalate in due. Così sembra più vero.
Al limite, fatevi un account falso da usare per necessità.

Ecco. Se avete segnalato abbastanza foto e vi siete portati un testimone (anche se siete sempre voi sotto falso nome) la vostra vendetta è compiuta.
Ora lui o lei o quel che è per Facebook sarà un utente morto.
Niente più post, niente più foto, niente più messaggi privati, niente più contatti. Per i suoi friends (non chiamiamoli amici: in fondo, anche voi eravate uno di loro!) solo un campo di ricerca vuoto, che si aggiorna inutilmente, per l’eternità, vagando nel web alla ricerca di un utente fantasma.
Per lui, una mail automatica che lo condanna a quella parte del mondo che vive senza Facebook (anche se voi non capite come sia possibile).

A me è successo proprio così. E dunque vi scrivo dal regno degli avatar cadaveri.
Per raccontarvi una cosa strana che sta succedendo.
No, non il fatto di essere stata bannata. Ognuno ha diritto alla sua imbecillità. Lui o lei non lo sa, ma mi ha fatto un favore (credetemi: c’è ancora un sacco di web interessante qua fuori!).

Però non ha fatto un favore a Facebook, con cui ora ho in corso una battaglia a colpi di cavilli per un motivo molto semplice: non amo essere ricattata.

No, Batman e Mr. Spock. Nemmeno voi potete stare su Facebook.

No, Batman e Mr. Spock. Nemmeno voi potete stare su Facebook.

Per riavere il mio account, il sito mi chiede almeno un documento d’identità (carta d’identità, passaporto, patente, tessera sanitaria: posso scegliere, la lista è lunga).
Altrimenti, posso fornire un po’ di documenti combinati.
Il motivo: devo dimostrare che il mio account coincide col mio nome e cognome.
Allora io, che mi piace litigare, mi ci metto: spiego che quello non è il mio nome, è il mio pseudonimo. Quello con cui pubblico, con cui ho una vita pubblica, con cui sono un personaggio pubblico. Gli spiego anche che il mio pseudonimo, siccome scrive di temi femministi e non ci va per il sottile, è oggetto di minacce. E quindi cerco di proteggerlo almeno dai decerebrati che popolano copiosi social network come Facebook e Twitter, dove aprono gruppi allegri e nutriti che inneggiano allo stupro, alla sottomissione delle donne, alla violenza e che lo fanno senza violare le norme della community di Facebook.
Gli spiego che lo pseudonimo è una pratica comune nel mio mondo. Ce l’hanno ad esempio Elena Ferrante, Sophie Kinsella, Lady Gaga, Gabriel Garko, Charles Manson, Marilyn Monroe, Marilyn Manson, Madonna, Batman e pure Gesù.
Il sistema non capisce. E mi chiede di nuovo i documenti. Stavolta mi dice anche che li vuole lui e dopo che glieli ho dati se li tiene.
Io scorro la lista e trovo anche la tessera da giornalista e cose che provino la mia identità.
Allora gli mando dei pezzi sul giornale, che firmo col mio pseudonimo.
Sarà la comparsa di un numero di tessera giornalistica, ma improvvisamente mi risponde una persona che chiameremo Tale, perché io a differenza di certi community operator [no comment, lo so: non ditemi niente] non sono un’infamona.
Tale mi ripete la cosa dei documenti.
Io leggo le norme e vedo che posso censurare i dati che voglio proteggere su me stessa.
Allora gli mando una carta d’identità con tante bande nere, dove però si legge il mio nome (che è anche nel mio pseudonimo).
Ma Tale non è convinto. Mi vuole, ardentemente, mi brama. Vuole sapere tutto di me.
…che sia questo l’amore?

Nemmeno La Gioconda può stare su Facebook.

Nemmeno La Gioconda può stare su Facebook.

Seriamente.
Perché Facebook può chiedermi i documenti?
Perché gli utenti sono suoi; e ciclicamente ne fa quello che vuole.
Ora. Forse a voi pare poca cosa, ma immaginatevela così: se in quel sito ci sono le vostre vere identità, con tanto di documenti e residenze e codici fiscali, un giorno per aprire un conto on line, ritirare le analisi del sangue, vedere la vostra opzione INPS vi offriranno l’opzione “aprilo con Facebook”. In cambio di un passaggio rapido, Facebook saprà anche se spendete più di quanto guadagnate, se avete dichiarato una cecità che evidentemente non avete e se il vostro diabete sta peggiorando man mano che diventate dei campioni a Candy Crush.
Pensateci. Pensateci molto bene.
E poi.
Ci sono stati in passato casi di applicazioni e dati che dovevano rimanere nascosti dalle bacheche. Come Bang with friends, quell’app che prometteva di procurarvi appuntamenti bollenti nella massima discrezione. Peccato che sia bastato un gruppo di hacker più moralisti di Facebook per spiattellare nelle bacheche degli utenti tutto: liste, incontri, messaggi.
Pensateci. Pensateci molto bene.
Difendete il vostro diritto ad avere una sola vita reale e molte vite virtuali, che tali devono restare e ogni tanto possono (e devono) pure morire. Senza ricordi, senza rimpianti, senza conseguenze.
E già che ci siete, sul web e nella vita, difendete le cose che vale davvero la pena difendere: come il vostro diritto alla privacy, alla sicurezza e pure all’imbecillità.

E ora scusate, ma Facebook mi propone dei nuovi amichetti di cui ha verificato per me l’identità e con cui non vedo l’ora di avere interessanti e costruttive interazioni.

nuovi amici

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